Kraftwerk @ Auditorium [Roma, 14/Luglio/2014]

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La piramide di Cheope, i giardini pensili di Babilonia, la statua di Zeus, il tempio di Artemide, il Colosso di Rodi, il mausoleo di Alicarnasso, il Faro di Alessandria d’Egitto, i Kraftwerk. L’ottava meraviglia antica. L’ottava formazione da quando nel 2008 ha terminato la propria storia Florian Schneider (Falk Grieffenhagen è il video manipolatore entrato poco meno di due anni fa) lasciando a ‪Ralf Hütter‬ il ruolo di membro originale. Saranno queste le uniche righe biografiche. Impossibile solo sommariamente tracciare il cammino gigantesco di una formazione, di un’idea, di un nome, di un’epoca, che ha cambiato (forse, è vero, solo al pari dei Beatles) la storia della cultura e della musica. La nostra storia. Kraftwerk è dunque esperienza. Nel significato filosofico del termine. Conoscenza acquisita per il tramite dei sensi. La ricerca della bellezza. Come esperienza ristoratrice dell’anima. Un percorso di vita, di artecosmica che i tedeschi hanno sempre incastrato al centro del loro credo nodale. “Il suono di un treno in corsa è musica. Vogliamo rendere la gente consapevole della realtà che la circonda inserendo nelle nostre composizioni i suoni di automobili e treni. Trovo che ci sia in essi una grande bellezza”. Sosteneva Ralf Hütter. Pura anarchia d’intenti. Futurismo e retro-futurismo. Pionierismo lentamente tramutato in insegnamento. La nuova esperienza in 3D è il cerchio che si chiude, solo apparentemente lontano dalla “power station” da cui tutto allora prendeva forma. Gli impulsi elettrici/elettronici sono ancora gli stessi. Quarant’anni fa qualcuno coniò il termine cold wave per descrivere la chirurgia minimale professata dai maestri (e viene da sorridere in forma grassa pensando a quali artisti oggi viene appiccicata questa “etichetta”) ma come ha sempre tenuto a sottolineare lo stesso Hütter la musica dei Kraftwerk è ricolma di energia, calore e soprattutto ispirazione. Le macchine e la complessità dei “movimenti” conducono infatti l’ascoltatore disattento (medio/mediocre) ad un giudizio standardizzato. Musica elettronica = artificiosa. Priva cioè di quella naturalezza che appartiene per volere di Dio (forse) agli altri generi non manipolati. Ma la finzione è solo di chi non vuole vedere. I Kraftwerk compiono l’ennesimo viaggio intorno alla terra. Tra le stelle e noi poveri mortali. In atto c’è ancora una rivoluzione. Che parte dal cuore.

Cose da dimenticare a casa prima di recarsi tra le braccia della Cavea dell’Auditorium romano. Il pensiero di conoscere (e di divulgare successivamente) la scaletta della rappresentazione tridimensionale. Argomenti inutili da scambiare con il partner durante lo sgorgare dei suoni sintetici. Supporti telefonici da consultare anche se il consulto potrebbe riguardare messaggi provenienti dal proprio sangue, strategicamente dislocato a 88 chilometri di distanza dal quartiere Parioli. Idee strampalate che hanno come protagoniste la fame e la sete. La continua ricerca visiva dell’amico, del conoscente, del collega. Sguardi di intesa. Pruriti nasali. Mani tra i capelli. Direi che è tutto. Immersi nelle loro tute d’ispirazione “Tron” i quattro cavalieri entrano silenziosi sul palco quando l’aria è già fresca (grazie ad un caraibico temporale di qualche ora prima) e il pubblico ha ormai gremito tutta l’area destinata all’evento (occhiali compresi). La posizione sul palco è gerarchica: il generale Ralf Hütter (67), il maggiore Henning Schmitz (60), il capitano Fritz Hilpert (58), il sottotenente Falk Grieffenhagen (45). L’equipaggio è pronto. Rigoroso. Severo. Ciò che sgorga dalle macchine è sin da subito suono cristallino, d’una purezza mai sentita, primigenius, che conserva però nell’attualità, nella stravolgente modernità, l’aura di anteriorità che rapisce, scuote, inquieta. La tridimensionalità, personalmente, viene ben presto relegata a semplice supporto visivo, perchè è la musica la punta che arriva prima a trafiggere i sensi. Indosserò gli occhialetti griffati solo in pochi momenti, preferisco concentrarmi su quei corpi quasi gommosi, quasi inumani, sulle movenze robotiche (già), sull’ordine delle cose, mentre la voce-vocoder diviene richiamo universale, attrazione cosmica, magnetismo. Ogni brano è come aprire un libro di storia. Ogni brano è correlarne altri centomila. Dimostrazione ulteriore, testimonianza autentica, di come le forme musicali siano più vicine di quanto l’ascoltatore disattento (il medio/mediocre di prima) voglia ottusamente pensare. E’ il momento di tracciare le linee, una volta per tutte. Dalle insurrezioni, dalle tempeste della Detroit anni ’60, proprio a band come Stooges e MC5 i Kraftwerk guardavano all’epoca, alle sperimentazioni, alla scienza del krautrock. Radioattività e clangore che segneranno la vita artistica dei successivi, infiniti, modi di fare musica. Inutile stilare inanimati elenchi di nomi. Ma ciò che mi preme ancora una volta sottolineare è che i mondi sono vicini, non c’è mai stata distanza, tutto torna. Tutto si compie. Autostrade, spazio, corse, due ruote, automobili, computer, calcolatori, antenne, laser, l’universo Kraftwerk scorre sotto i nostri occhi fino a quando uno alla volta i quattro si accomiatano con un inchino per prendersi la nostra ricompensa. Fino a quando, sulle note di ‘Music Non Stop’ (guarda) la voce del generale segna la fine: “Goodnight, Auf Wiedersehen”. Richiamati dal pubblico, che nel frattempo si è sistemato sotto palco, tornano per un segmento finale. Da qui tutto ebbe origine. L’odissea nello spazio dei Kraftwerk rimane esperienza meravigliosa, trascendentale, vitale. L’eternità dell’anima oltre il corpo. L’essenza dell’uomo. Passo e chiudo.

Emanuele Tamagnini

 

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