Kraan @ Goethe Institut [Roma, 22/Maggio/2008]

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Arrivo in anticipo. Il mio anticipo. Per ingannare il tempo provvedo a fare il giro delle sette “chiese” che per l’occasione prendono la forma di accoglienti bar. Un’occasione singolare. Curiosa e per questo appetitosa come un cornetto caldo con il ventre ripieno di crema. Il Goethe Institut, nell’elegante Via Savoia, – per la “Settimana Tematica Sul Sessantotto (Il ’68: che cosa rimane dell’utopia?) – ospita il concerto dei tedeschi Kraan. Che proprio in quegli anni si formavano a Ulm. Gli anni cosmici. Gli anni del kraut rock. Gli anni dei viaggi interstellari. Il trio si mantiene ancora integro. Una lunga carriera discografica che parte dal 1972. L’Auditorium del Goethe è quantomai perfetto e con un’acustica davvero invidiabile. Mentre attendo l’arrivo dell’Avvisati e del Bonini noto con divertito piacere che il bassista Hellmut Hattler attraversa la strada per infilarsi nel wine bar di fronte frequentato a quell’ora da segretarie coi tacchi a spillo e dirigenti sudaticci che sgranocchiano e bevono vino bianco. Nel salone dai soffitti alti adiacente alla sala auditorium c’è una mostra fotografica ed uno stand di sorseggi e assaggi della bibita Bionade, la gassosa all’orzo della Baviera nei suoi quattro gusti (ginger-orange, sambuco, lichti, erbe), che poggia su una classica fermentazione a base d’acqua e malto con una trasformazione e una maturazione biologica che nel caso di Bionade non si finalizza con la produzione di alcool, ma di un enzima fisiologicamente importante nell’alimentazione, l’acido gluconico, normalmente presente anche nel miele prodotto dalle api. A contatto con l’acqua, questo permette la formazione di gluconati minerali come i gluconati di calcio e magnesio. Dopo la fermentazione il liquido è filtrato, diluito con acqua e arricchito di anidride carbonica e di essenze naturali di frutti e/o erbe che conferiscono alla bevanda, assolutamente analcolica, una nota deliziosamente fruttata con una punta di amaro.

A presentare l’esibizione sale sul palco il presidente del Goethe. Parla un italiano molto tedesco. Davvero divertente. Racconta a grandi linee la storia del gruppo e ricorda la partnership con la bibita sopra (ampiamente) descritta. I Kraan, che suoneranno circa un’ora e mezza, appaiono in forma. Fisicamente asciutti. L’impronta è kraut in alcuni passaggi soprattutto quando presentano alcuni pezzi della loro preistoria. Periodo ’72-’73. Ma gli elementi jazz rock e progressive prendono il sopravvento sulla kosmische musik. Hattler è il leader. Occhiali scuri. Mastica gomma. Presenta quasi ogni brano scusandosi inizialmente per l’uso del tedesco. L’Avvisati fortunatamente funge da traduttore simultaneo. Nella sala c’è un po’ di tutto. Qualche giovane. Uno con la maglietta dei Faust. Attempati buongustai barbuti. Personaggi singolarmente inquietanti. Signore di una certa, ma certa, età. Il “mestiere” dei Kraan non è in discussione. La chitarra di Peter Wolbrandt è l’asse portante del viaggio sonoro del trio che ha nel fratello di questi alla batteria (Jan Fride Wolbrandt) una sorta di tranquillo signore alla Charlie Watts. Il basso è irruento. Sempre presente. Arriva un inedito. Sorta di space prog che potrebbe tranquillamente far parte del repertorio dei God Is An Astronaut. Si alternano richiami al passato – ‘Vollgas Ahoi’ e ‘Nam Nam’ i pezzi migliori – e richiami alla produzione anni ’80 che alla lunga possono leggermente annoiare. Perchè ai Kraan manca il guizzo vincente. Quello che distingue una grande band da un’ottima band. Quando accelerano strumentalmente vengono evocati richiami ai seminali Neu!. Poi ad un certo punto il presidente del Goethe porta un cappuccino a Hattler. Break. Per il finale lo stesso bassista chiede un minuto di ritmo da tenere con il battito delle mani. Vengono quindi richiamati a gran voce per un bis. Fa caldo. Ci dirigiamo verso lo stand della bibita. Sfacciatamente assaggiamo due tipi. Strano sapore. Ma rinfrescante quanto un tamarindo ghiacciato. Due chiacchiere. E poi fuori dentro il cuore di una serata incantata. D’altri tempi. Che simpatici questi tedeschi!

Emanuele Tamagnini

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