Koop @ Circolo degli Artisti [Roma, 23/Novembre/2007]

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L’apertura è affidata a rumori di sottofondo dalle casse, mare, gabbiani e vento forte. Che ci trascina con delicatezza dalla sala buia dove ci troviamo in queste strane isole nordiche, popolate dai musicisti che a poco a poco entrano in scena e si sistemano. Si sente quasi il sapore del sale sulle labbra quando anche il duo svedese sale sul palco (appena appena imbrillantinati accanto agli occhi, da capire). Magnus Zingmark dietro al sampler, e Oscar Simonson che lesto imbraccia una fisarmonica e attacca le prime note di ‘Koop Island Blues’. La cantante, Hilde, è leggera e graziosa, forse non proprio bellissima, ma il rossetto e il vestito scollato (che cambierà ben due volte prima della fine del concerto) fanno il loro effetto. E soprattutto il sorriso, che non le viene a mancare nemmeno per un momento – mentre Magnus, al contrario, non se ne lascia scappare nemmeno mezzo e rimane serio e contrito per tutta la serata dietro alle sue macchine. Ma la performance prende il via, l’isola si colora di sonorità swing, e lo xilofono – alto, pelato e con un bel paio d’occhiali il musicista, che si dimena avanti e indietro mentre suona, e pure quando non suona – e il trombone intessono soffici trame per spezzarle poi rapidamente, con frequenti cambi di ritmo alla batteria. La prima pausa è l’occasione per i due ragazzi di Uppsala, rimasti soli dietro alla loro strumentazione, d’allestire un pezzo che di swing ha ben poco e molto più d’elettronica (frammento di vecchi periodi quando solo di questa si nutrivano i loro spettacoli). E intanto gli altri si risistemano e attaccano a suonare sopra alla base elettronica, che si colora di suoni inaspettati per poi cessare del tutto e cedere il posto in toto agli strumenti acustici. Ed è proprio qui che si comprende la genialità dei Koop, capaci di mixare con esperienza e minima cura del dettaglio (lo si sente dagli arrangiamenti che sembrano avere un’intera orchestra alle spalle) due generi che, per ambiente e soprattutto ragioni storiche, hanno ben poco da spartire l’una con l’altra. Ma qui si va oltre e si fa dell’elettronica la base per una leggerezza swing tutta anni ’30, in un’improvvisazione che non conosce fine. Dove smettono di essere generi separati e si fondono in un’armonia ballabile e fresca, che difficilmente lascia indifferenti.

Durante un paio di pause successive resta sempre sul palco un elemento, a riempire quei pochi minuti andando avanti da solo. E mentre il batterista sta dando il meglio di sé, visibilmente accaldato, mentre gli altri sono scomparsi dietro le quinte, il contrabbassista si presenta con un lenzuolo in mano e inizia a sventolarglielo addosso mentre ammicca alla folla. Poi, senza che la batteria si fermi per un istante, tutti riprendono gli strumenti in mano e riattaccano con nuove atmosfere più lounge; la cantante nel frattempo verdevestita non si lascia sfuggire nemmeno una nota sbilenca, e dà vita con la voce soffice a pezzi come ‘Summer Sun’, ‘Strange Love’ (preceduto da una breve introduzione in cui racconta di come si trovasse a Stoccolma, di sera, e…), per chiudere con ‘I See A Different You’. Ma c’è ancora spazio per un’ultima entrata in scena (com’era prevedibile) e l’epilogo del concerto affidato a un’ottima interpretazione di ‘Come To Me’, dolcissima canzone e orecchiabile melodia che mi ritrovo a canticchiare poi in moto, mentre in mezzo al freddo (quasi nordico, quella sera) rientro a casa.

Filippo Bizzaglia

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