Koop @ Auditorium [Roma, 16/Marzo/2007]

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Per l’interessante rassegna Meet In Town questo venerdì è il turno del pittato duo svedese dei Koop, la cui celeberrima “Summer Sun” imperversa in TV da inizio stagione come sigla iniziale di ‘Quelli Che Il Calcio’ mentre sullo schermo vengono proiettate scene di un calcio d’antan, un po’ come la loro musica. Ma ad aprire la serata tocca ad Homunculus 1.1, progetto di world musica atipica condotto da tre romani. Entro giusto in tempo nel Teatro Studio per l’inizio del set (ma non in tempo per riuscirmi a sedere sul parquet in una buona posizione, per cui appoggio le mie spalle sui pannelli in legno massello alle pareti della sala) che parte con un sinuoso tango elettronico in puro stile Gotan Project, che però, gradualmente e impercettibilmente si trasforma in un samba e in musica caraibica, come in un ipotetico viaggio panamericano dalla Patagonia a Cuba. Il concerto prosegue tra suoni di pascoli brasiliani e di tribù africane, ma il pezzo che convince di più è un’allegra e improbabile filastrocca su un misto di sonorità hawaiiane e celtiche. Una perfetta conciliazione dell’inconciliabile.

Il viaggio prosegue con l’ingresso sul palco dei Koop ma questa volta ci si muove lungo l’asse temporale. Tra gli artisti che si sono esibiti al M.I.T. i Koop sono sicuramente quelli dalle sonorità più retrò. Nella dimensione live infatti sono a tutti gli effetti una jazz band formata da sette elementi: batteria, contrabbasso, vibrafono, percussioni e trombone, tastiere e voce. C’è anche un laptop ma il suo contributo è ridotto davvero al minimo: solo la parte iniziale di un brano infatti è puramente elettronica. Sotto le loro giacche Magnus Zingmark e Oscar Simonsson indossano delle sottovesti nere da donna; sono loro ad invitare il pubblico ad alzarsi e ad avvicinarsi al palco. Più che una rielaborazione, quello degli svedesi è letteralmente un recupero delle sonorità bossa-jazz-swing degli anni 50 e 60. La dance è appena accennata e non appesantisce le composizioni, l’unico tocco di novità che si può percepire riguarda più i toni della chill-out e della lounge. Nonostante ciò, l’eccellente songwriting, l’abilità dei musicisti e la raffinata voce di Yukimi Nagano rendono l’ascolto più che piacevole e riescono a trasportarci in atmosfere in bilico tra Copacabana d’estate, la Nouvelle Vague francese (quella a colori) e la vacanza in crociera che i nostri genitori avrebbero sognato di fare in gioventù.

Daniele Gherardi

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