Kokoroko @ Monk [Roma, 1/Novembre/2019]

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Il primo appuntamento con l’edizione 2019 del Roma Jazz Festival ci presenta una performance dalle grandi aspettative. Nella sala teatro del Monk vanno in scena i Kokoroko (in lingua “orobo” significa “essere forti”), giovane band inglese di stanza a Londra, ma dalle chiare origini africane. L’ottetto è formato da: Sheila Maurice-Grey alla tromba, Cassie Kinoshi al sassofono, Richie Seivewright al trombone, Mutale Chashi al basso, Tobi Adenalike-Johnson alla chitarra, Yohan Kebede alle tastiere, Onome Ighamre alle percussioni e Ayo Salawu alla batteria. La loro musica unisce il dinamismo dell’afrobeat e le suggestioni dell’Africa occidentale, al liricismo soul e spiritual di matrice jazzistica. Traggono ispirazione dall’opera di artisti come Fela Kuti, Ebo Taylor e Pat Thomas, ma anche da John Coltrane, Rahsaan Roland Kirk e Herbie Hancock. A questo aggiungono la giusta dose di consapevolezza urbana frutto della vita nella metropoli. All’attivo hanno un mini album omonimo pubblicato quest’anno dalla Brownswood Recordings. Si tratta di quattro tracce dal suono “grezzo” e coinvolgente, per venticinque minuti di grande fascino. Un consenso esploso in rete e confermato da un’intensa e proficua attività dal vivo. L’interesse di Gilles Peterson garantisce l’hype e li candida nel ruolo di next big thing del nu jazz britannico. Alle 22.00 l’apertura è affidata al trio jazz capitolino degli Hic. La band è formata da: Francesco Fratini tromba ed elettronica, Nicola Guida piano e synth bass e Fabio Sasso alla batteria. La formazione non ha ancora realizzato pubblicazioni ufficiali, un EP è previsto nel 2020. Nella mezzora a disposizione mostrano un’ottima tecnica individuale e propongono cinque brani dal suono libero, ricco e contaminato. Loro lo definiscono psychotransjazz. Caratteristiche peculiari sono il Rhodes, i contrappunti ritmici tra batteria e il basso synth e gli assoli della tromba effettata. Raccolgono gli applausi meritati della sala, che va a riempirsi pian piano.

Alle 23:00 i Kokoroko salgono sul palco. Le tre donne sono disposte orizzontalmente al centro, gli altri cinque in semicerchio a chiudere la scena alle loro spalle. Eseguono poche composizioni lunghe e stratificate, ma mai sopra le righe. “Uman” apre le danze con un jazz elettrico afrocentrico, introdotto dai tre fiati e seguito da un bel groove collettivo. Nel mezzo la Grey introduce la serata. Sul finale cantano una melodia a tre voci e ballano durante il solo di chitarra. Sfoggiano un gran tiro, con incastri ritmici di pregio a sostegno di percussioni istintive e ricordano il piglio della Santana Band degli esordi. Prima di chiudere c’è gloria anche per il solo di tromba della bandleader. Grande impatto e l’atmosfera si scalda fin da subito. “Something Major” è un brano nuovo e riprende il filone ethio-jazz con vigore e dedizione. Strumentale denso e colorato, ideale per la danza e reiterato con soli e fraseggi d’ordinanza. La jam che ne deriva sfiora lidi caraibici e s’abbandona a un finale quasi cumbiero. Impossibile restare indifferenti. “Richie’s Tune” ha un’intro d’atmosfera al piano elettrico, poi entra la band e tutto si sostiene in un mid-tempo dal retrogusto vagamente malinconico. Stavolta è il solo di contralto a farla da padrone. Quello che stupisce è la tecnica esecutiva e il gusto della misura nell’arrangiamento. La chiameremo qualità. “Blakawt” è afro-funk con i fiati highlife. Assistiamo a una performance intensa e viscerale, corale e liberatoria. “Carry Me Home” è sospesa tra propulsioni afro e derive blaxploitation, con una bella danza espressiva dei tre fiati nel mezzo. Il ritmo è serrato e le buone vibrazioni si propagano nella sala diventata ben presto sold out. A questo punto la Grey presenta la band. Una grande versione di “Abusey Junction”, impreziosita dal solo di basso, chiude la partita. La Grey dirige tutto con garbo, interagisce con gesti ed elargisce sorrisi raggianti. Fortunatamente il clapping s’innesca solo nel finale. Salutano, ringraziano ed escono. Il pubblico rumoreggia, li richiama a gran voce e loro rientrano facendo un po’ di teatro. Il bis consiste nella cover di “Oye Asem” di Pat Thomas. La Grey fa muovere a tempo tutta la sala prima a destra e poi a sinistra, ora in basso e dopo in alto. Sul palco fanno lo stesso, realizzando una coreografia perfettamente riuscita. Divertenti e risoluti, energici ed evocativi, istrionici ed eclettici, sanno essere estremamente contagiosi, confezionando 95 minuti esemplari.

Cristiano Cervoni

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