Kode9 And Spaceapes @ Auditorium [Roma 4/Marzo/2008]

463

Se tutti quanti, rispetto la sfornata dupstep-elettronica degli ultimi anni, hanno incensato il misterioso progetto Burial, io mi differenzio scegliendo tre nomi: Boxcutter, Pinch e soprattutto Kode9 And Spaceapes, due bravi ragazzi provenienti dal sud di Londra appena esibitosi all’Auditorium. Autori di uno dei dischi di elettronica più importante degli ultimi anni, hanno come background musicale la scena rave, 2step ed idm inglese. Sono di carnagione mulatta il primo (alle macchine), di colore il secondo (Spaceapes, al microfono). Alle 21.35 vengono accesi i megaschermi della sala per far comparire il logo della “Hyperdub”, l’etichetta londinese simbolo e manifesto estetico del genere. Kode9 sale in postazione ed all’improvviso effettua la cosa meno sensata che qualunque adolescente inglese farebbe nella propria cameretta: alzare il volume a manetta per non fare entrare i propri genitori. Qui non si tratta di scegliere tra roba “dritta” e roba “spezzata”, tra “musica da ascolto” o quella da dancefloor, qui si tratta di spingere al fondo i bassi ed affidare se stessi e gli altri ai suoni caldi ed avvolgenti ed ai volumi elevati della musica. Chiudere gli occhi abbracciando l’idea che le radio pirata (insieme ai blog, tra i principali mezzi di diffusione del movimento) non siano i soli canali congeniali a questa tipologia di live performance. Questa è l’occasione per allargare il raggio di azione oltre se stessi, dai caotici party underground londinesi ad un publico ampio e trasversale, composto ed ordinato. Il suono è cupo e saturo, riesce a scuotere persino i più diffidenti. Questo è un suono che dal vivo colpisce l’apparato uditivo perché descrittivo quanto quello di Biosphere e della scena isolazionista. Dove però la ricognizione non sta nella natura o nelle suggestione evocate da uno specifico periodo dell’anno, ma nella localizzazione spaziale della metropoli, con le disagiate ed isolate periferie in bella evidenza. Se Koner e Biosphere evocano in musica l’Antartide, qui si rivive il disagio sociale che sta alla base del costituire una nuova forma d’arte. Il set dura circa un ora ed è per grossa parte caratterizzato dall’uso pressante di bassi e da melodie acide e scurissime. ogni singolo suono va in questa direzione, che sia un eco dub, una melodia, un riverbero o semplicemente delle note eseguite con gli archi. Persino la voce di Spaceapes si muove su questi stessi binari: profonda e cavernosa, ossessiva ed incalzante. L’elettronica del 2000 allo stato dell’arte: un live che continua a dare stimoli teorici alla discussione.

Gaetano Lo Magro

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here