Kings Of Convenience @ Ambra Jovinelli [Roma, 29/Novembre/2015]

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Non entravo in un teatro con il sole ancora alto nel cielo da quando mio padre da bambino mi portava a vedere gli spettacoli di magia nei piccoli teatri che una volta pullulavano nelle ville di Roma e che adesso, complici le politiche culturali aberranti, complice il fatto che ai bambini del teatro non frega più una beneamata mazza, stanno inesorabilmente scomparendo. Qualche anno è passato ma una piccola percentuale di quella fascinazione fanciullesca ancora permane. A infervorare il mio mai del tutto sopito pascoliniano stato immaginifico contribuisce sicuramente la singolarità dell’evento in programma, un’eccezionalità che consta di tre fattori rilevanti: l’esecuzione integrale live da parte dei Kings of Convenience del loro album di debutto ‘Quiet is the new loud’, la suggestiva cornice del Teatro Ambra Jovinelli, e l’orario decisamente poco ortodosso, un mezzodì di domenica mattina che sardonicamente sembra quasi voler punzecchiare il tipico spettatore presenzialista romano, ancora in hangover per i bagordi del sabato sera. In realtà ad accogliermi al mio arrivo all’Esquilino, nell’atrio del teatro, c’è un humus sociale più che stratificato, dove svettano più i padri di famiglia che i giovani hipster di Roma Est (evidentemente l’alcol e i bagordi hanno avuto la meglio). L’evento è completamente sold-out da settimane, cosa che visti i recenti stati di paranoia collettiva a seguito degli attentati al Bataclan di Parigi potrebbe destare sorpresa e meraviglia. L’oltranzismo musicale degli aficionados capitolini è più forte di qualsiasi timore di rimanere coinvolti in folli sparatorie (o forse il mezzogiorno di domenica è troppo anche per i terroristi). Si respira un atmosfera allegra e rilassata nella platea dello Jovinelli e lo stesso mood rapisce il duo al momento dell’ingresso sul palco. Una moderatrice spiega velocemente che il concerto sarà diviso in due parti, entrambe introdotte da una breve intervista on stage, come a voler riprodurre l’ascolto casalingo e confortevole del lato A e lato B del vinile di ‘Quiet is the new loud’. La chiacchierata, su un divanetto posto al lato del palco, amplifica quel senso di genuinità che le modalità dell’evento si sono chiaramente prefissate di evocare, e ci restituisce l’inusitata – viste le origini scandinave – immagine di due musicisti avvezzi allo scherzo e all’autoironia. Erlend Øye ed Eirik Glambek ci parlano del processo di formazione del loro disco d’esordio ricamando il loro racconto con gustosi excursus sulla florida scena musicale di Bergen, una città norvegese di sole duecentomila anime ma un’incredibile fucina di personalità creative fuori dall’ordinario. Spassosa al limite del grandguignolesco la rievocazione delle lezioni di karate seguite in giovane età da Eirik, impartite dal celebre musicista (nonché omicida) Varg Vikernes. Esatto, proprio quel Varg Vikernes, noto ai più con il nome di Burzum. Il vero live non può che proseguire quindi sui binari tracciati fino a quel momento, in un clima di estrema familiarità che porta la band a esibirsi come se fosse nel cortile di una casa di amici. I momenti più struggenti sono eseguiti e seguiti con il doveroso silenzio e una composta partecipazione, al contrario nei brani più ritmati (per quanto possano essere ritmati e briosi dei pezzi per lo più incentrati su amori infelici e suonati solamente con due chitarre) Erlend Øye – un giullare nato! – incita continuamente il pubblico ad alzarsi e a scatenarsi sotto al palco, dissacrando di continuo l’inviolabilità della quarta parete cara a tante delle pièce teatrali svoltesi numerose volte in quelle mura. I Kings of Convenience non si limitano per fortuna alla sola esecuzione di ‘Quiet is the new loud’, com’era lecito aspettarsi, ma sugellano l’esibizione con due encore scelti – con qualche difficoltà vista la mole di richieste – direttamente dal pubblico. Il bis e il concerto si concludono con il tormentone che nell’estate del 2004 aveva portato me e molti altri alle soglie dell’esasperazione (un “dono” proprio della stragrande maggioranza dei tormentoni, non me ne vogliano i Kings of Convenience): ‘Misread’, rivisitata nella sezione finale dalle note di un microscopico piano a corde – suonato naturalmente da Erlend – che rinverdisce i toni farseschi sopiti nell’ultima parte dello show e che ci regala gli ultimi sorrisi e gli ultimi applausi. Erano davvero anni che non mi godevo una domenica mattina così, più o meno da quando mio padre da bambino mi portava al teatro con il sole ancora alto nel cielo.

Dario Iocca

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