King Gizzard & the Lizard Wizard @ Alcatraz [Milano, 15/Ottobre/2019]

208

Per tanti, nel corso degli ultimi tre anni, i King Gizzard & The Lizard Wizard sono diventati una vera e propria band di culto: la loro prolificità fuori dal comune (otto dischi negli ultimi tre anni, di cui cinque nel 2017 e due nel 2019), l’essere ostinatamente fuori dagli schemi, le frequenti sperimentazioni e i cambi di genere hanno concorso alla formazione di uno zoccolo duro di fan non più accomunati solo dall’estrazione (neo)psichedelica, quanto dalla passione per il rock un po’ in tutte le sue declinazioni. Alla luce di questa premessa, appare poco sorprendente il tutto esaurito fatto registrare con quasi ventiquattro ore di anticipo dalla band capitanata da Stu Mackenzie per la prima data meneghina di una carriera che sembra già lunghissima: al settetto australiano viene concesso il palco piccolo dell’Alcatraz, di fronte a una folla la cui passione verrà ripetutamente applaudita dagli stessi musicisti e, in particolare, da Mackenzie, che la definirà letteralmente “overwhelming” (nella sua accezione di “travolgente”, più che “schiacciante” o “opprimente”). Dopo l’opening act non indimenticabile degli Orb e quello più convincente delle Stonefield, i King Gizzard & The Lizard Wizard si sono presentati sul palco più o meno puntuali, salutati con entusiasmo da un pubblico composito in termini di età e di nazionalità. Conquistiamo un posto nelle retrovie, sfruttando i gradini che conducono all’area bar per una vista privilegiata. Bastano pochi minuti perché l’atmosfera all’Alcatraz diventi infernale: l’apertura è affidata agli inattesi deliri metal “Self-Immolate” e “Organ Farmer”, estratti da “Infest the Rats’ Nest”, ultima fatica discografica della band. Se in studio le traiettorie sono più simili allo stoner e al thrash, l’esplosività e la velocità in sede live le trasformano in pezzi sospesi tra l’heavy e lo speed, che a tratti richiamano addirittura i Motörhead più nervosi. Nella fase successiva i ritmi rallentano un po’, ma l’attenzione non cala: il boogie in salsa anni sessanta di “Plastic Boogie” precede un trittico di pezzi da “Polygondwanaland”, ritenuto dai più il passaggio migliore di quel 2017 che è stato l’anno di maggiore ispirazione creativa del settetto: “Inner Cell”, “Loyalty” e “Horology” filtrano un po’ di psichedelia attraverso il pop e ritmiche destrutturate. Cambiano suoni, temi e decenni di riferimento, ma non l’affiatamento della coppia di batteristi sullo sfondo o le magie di uno scatenato Ambrose Kenny-Smith con qualsiasi strumento. Qualche influenza jazz sparsa qua e là nell’incedere ipnotico di “The Bird Song” o nel delizioso stomp di “This Thing”, anticipa le stratificazioni robotiche e lisergiche di “Cyboogie”. A metà scaletta, è difficile avere una reale idea di quanto tempo sia trascorso dall’inizio del concerto: il trip dei King Gizzard & The Lizard Wizard conosce pochissime soluzioni di continuità e si propone come un flusso unico, stravagante e imponderabile. Con una produzione sempre più variegata e fitta, è più facile alternare jam in salsa prog, psichedelia, sporadiche divagazioni jazz, folk, addirittura country e metal. Ed è proprio al metal che si ritorna prepotentemente, con la fulminante doppietta “Venusian 2” e “Hell”, durante le quali il pogo appare davvero violentissimo, fra crowd surfing e lanci di magliette inzuppate durati pressoché per tutta la durata del concerto. Dopo sessanta minuti, la band non mostra il minimo segno di stanchezza e continua a proporre variazioni sul tema: “The Great Chain of Being” diventa un po’ più muscolare che in studio, “Hot Water” spezza il ritmo ed esalta il flauto di Stu Mackenzie, mentre il basso continua a girare ininterrottamente e a tracciare linee robuste. “Evil Death Roll”, unico superstite da “Nonagon Infinity”, aumenta di nuovo i giri del motore, con il ritmo incalzante e il loop infinito che caratterizza tutto l’album, poi emergono altre reminiscenze anni sessanta nel “Bitter Boogie” da “Paper Mâché Dream Balloon”. La chiosa, invece, è interamente dedicata a “Murder of the Universe”, con i suoni che s’irruvidiscono e l’approccio garage che abbraccia strutture prog: “Digital Black”, “Han-Tyumi the Confused Cyborg”, “Vomit Coffin” e il caos informe e distorto della titletrack, prima di un lungo assolo, mandano in archivio (senza bis) la prima volta in Lombardia dei King Gizzard & The Lizard Wizard, ponendo un punto fermo alla storia di uno stordente trip lungo un’ora e mezza. Raccontare un concerto di Mackenzie e soci non è per nulla semplice, perché a tratti schizofrenico, dettato da virate brusche, da violenza e distensione, senza passaggi dolci che accompagnino lentamente verso un genere o un altro: qualcuno, per questo, potrà lecitamente definirli eccessivi, ma, in verità, non avere regole né schemi è esattamente nella natura della band. Comprenderlo è il primo passo per saper amare la lucida e razionale follia creativa, tecnica e compositiva del settetto, ormai una macchina inarrestabile anche sul palco.

Piergiuseppe Lippolis
Foto dell'autore