Kate Tempest @ Teatro Quirinetta [Roma, 18/Aprile/2015]

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La prima volta che ho sentito il nome di Kate Tempest, all’anagrafe Kate Esther Calvert, è stata quando hanno pubblicato la shortlist dei candidati al Mercury Prize dello scorso anno. “Chi cazzo è questa?” è stato il mio primo pensiero. Non che molti degli altri nomi mi suonassero più familiari ovviamente. Ho però seguito la squallidissima cerimonia, che com’è noto ha visto trionfare gli Young Fathers, la cui carriera musicale, sino a quel momento ignota anche ai loro parenti più prossimi, ha dunque conosciuto una grandissima svolta. Devo dire che per me, che non ho vissuto il Britpop per questioni anagrafiche, ma sono comunque cresciuta con il mito della Cool Britannia, vedere la musica inglese ridotta così mi ha fatto (mi fa) un po’ tristezza. C’è stato comunque un risvolto positivo. Io non avevo idea di chi fosse Kate Tempest, ma qualcuno dei miei amici d’oltremanica sì. Mi hanno spiegato che la ventinovenne londinese è stimatissima in ambiente letterario e teatrale, ed è stata insignita del Ted Hughes Prize per l’innovazione nella poesia, e inserita nella lista dei Next Generation Poets, premio che (ogni dieci anni!) segnala i venti più promettenti autori di tutto il Regno Unito. Per settimane non hanno fatto altro che tesserne le lodi e sperticarsi in elogi, azzardando anche paragoni rischiosissimi. Alla fine, più che altro per disperazione, ho ascoltato ‘Everybody Down’, il suo esordio da solista, prodotto da un nome “grosso” come Dan Carey. Ecco, io non sono una grande fruitrice di musica rap, non ho gli strumenti per disquisire e addentrarmi negli aspetti per così dire tecnici di questo lavoro. Ma dal basso della mia ignoranza posso dire che l’ho trovato avvincente, e che non mi era mai capitato di pensare a un disco in questi termini. Tutti i testi sono incentrati sulle vicende di Harry, Becky e Pete, con i sobborghi di Londra, la Londra vera, sullo sfondo. E strofa dopo strofa mi sono affezionata a loro sempre di più, quasi tentata di saltare qualche pezzo per sapere come andava a finire. Non darò spoiler, ma dopo averlo ascoltato posso dire che quegli amici avevano ragione: Kate Tempest è un genio. Non potevamo mancare dunque al suo primo passaggio italiano. In fila parlo con due signore americane, stupite della bassa affluenza al Teatro Quirinetta, che mi spiegano che a New York hanno dovuto aggiungere addirittura una terza data perchè le prime due erano subito andate sold out. Io vorrei piuttosto chiedergli della candidatura di Hillary, ma poi mi dimentico. Quando scendiamo in sala ci rendiamo conto che gli altri italiani sono veramente pochi, e fa un certo effetto. L’inizio del concerto non è dei più promettenti. Kate e il suo gruppo prendono posto sorridenti, parte l’intro strumentale, ma un signore sale sul palco e con ampi gesti fa segno di fermare la musica. Poi ci spiega che c’è ancora da aspettare perchè “stanno facendo un monologo al piano di sopra”. Lei non fa una piega. “Guys, let’s pretend that this never happened!”. Io ho tanta, tanta nostalgia del Circolo degli Artisti. Poi si comincia sul serio, con ‘Marshall Law’, e ancora una volta resto incantata dal modo in cui questa ragazza ha saputo dare sostanza ai suoi personaggi. Al mio preferito, Harry, che s’innamora di Becky a un concerto ma parla troppo perchè è ubriaco, fa dire: “We can be grown men, listening to music. Real music. Played with heart by real bands, not just posers looking like they’re giving blowjobs to mic stands” e ovviamente lei se ne va e dice alle sue amiche “Him? I don’t know, probably alright. But I could tell he was one of them save-me types”. Kate ha un’ottima padronanza del palco, ma me l’aspettavo. Me l’aspettavo perchè stiamo parlando di una che ha dovuto faticare per costruirsi una credibilità, in situazioni non semplicissime, facendo tremare i muri davanti a gente che non vedeva l’ora di vederla fallire (come la prima volta che ha aperto per John Cooper Clarke). Dunque penso che essere qui, stasera, e smuovere un po’ un pubblico poco numeroso e certamente non avvezzo allo spoken word, sia una passeggiata di salute. Se infatti all’inizio i presenti sono un po’ timidi, dopo poco si lasciano conquistare. I momenti migliori sono le iniziali ‘Lonely Daze’ e ‘Chicken’, che, per quanto io detesti l’abuso di questo termine, potrei quasi definire generazionali. Kate cerca tantissimo il contatto sia fisico che visivo con i presenti, e spesso il gruppo non suona, lasciandola sola con le sue parole. Quando mi fissa a lungo durante ‘Bad Place For A Good Time’ ho l’impressione che l’abbia scritta per me. A un certo punto scende tra il pubblico, capisco la sua frustrazione quando incontra con lo sguardo più iPhones che facce, e dice a un giornalista (non giovanissimo…): “Fuck! Just be here now, be here now!”. Si segnala anche un altro dei singoli, ‘Circles’, nel quale dà sfoggio di una certa autoironia, prima di dedicare parole d’amore alla nostra città. “I really mean it” precisa lei, e io le credo. Prima di congedarsi con ‘Hot Night Cold Spaceship’, cui non farà seguito alcun bis, guadagna il centro del palco e incoraggiata dai suoi musicisti comincia un monologo. Potrei sbagliarmi, ma credo che stia improvvisando. Non parlo così bene l’inglese da non perdermi qualche parola qui e là, ma riesco a cogliere perfettamente il senso di quello che sta dicendo. Quando andiamo via, scontrandoci con quelli che sono venuti solo per il dj set, penso a quanto sia bello quando vai a un concerto pensando di divertirti. E poi finisce che ti emozioni.

Elisa Fiorucci