Katatonia + Vision Of Atlantis + Finntroll @ Alpheus [Roma, 21/Aprile/2003]

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Atmosfera fredda e umida come piace a noi, un lunedì di pasquetta scorso distratto e una città sonnacchiosa e avvinazzata sono le coordinate spazio-temporali di una simpatica trasferta-nerd in compagnia di temibili orde di barbari metallari. Ok; fatti fuori i soliti luoghi comuni veniamo al dunque: il metal è ancora vivo? A questi ed altri quesiti tentano di rispondere i Vision Of Atlantis, calatisi nottetempo dalle foreste della Carinzia transalpina. La loro risposta alla domanda è: non lo sappiamo. Se per morte intendiamo la nemesi continua ed anagrafica allora il rock più duro è vivo ma non gode di ottima salute; viceversa se la morte per un genere (musicale, pittorico, cinematografico) è mancanza di una evoluzione ispirata e, appunto, vitale, fate scendere questi onesti ragazzotti austriaci dal palco perché sono morti e non lo sanno. L’arte non deve essere utile ma neanche inutile quindi non vedo perché proporre una copia stantia dei Nightwish quando neanche l’originale è concepibile. La serata prosegue sonnacchiosa fino all’avvento dei Finntroll, i quali sembrano portare i pochi astanti sull’orlo del Walhalla sonoro tra le foreste della Finlandia e i fumi rassicuranti di una sauna in riva al lago (a cui dedicano un brano del loro set). L’impatto visivo, inutile negarlo, è forte: siamo dinanzi ad individui che con la loro corporatura massiccia e tarchiata tengono fede al nome della propria band impantanandosi in un grottesco ai limiti del comico. Il repertorio dei follett(on)i si snoda tra recuperi di suomi-pop tra echi di Värttinä (combo di suomi-folk-pop attivo negli anni ’90) e tarantelle humppa (una sorta di polka finlandese) appiccicate a ritmiche serrate e growling aspro e truce. Il punto è sempre lo stesso: l’idea di base è buona ma non evolve, non cresce e non matura ma forse è proprio questo aspetto monolitico che ispira un gruppo di persone (i fans) e lo aggrega intorno ad un totem (la musica) che non deve cambiare al fine di non perdere la propria funzione catalizzatrice. Alla fin fine l’esibizione del sestetto finnico risulta essere sincera e genuina pur restando alla mercé dei soliti stereotipi metallozzi oramai logori e datati.

Di ben altra pasta sono fatti invece i Katatonia, band svedese che calca il palco per ultima. Il loro metal risente parecchio di influenze riconducibili più che altro alla scena inglese seppur con alcuni accorgimenti che lo rendono abbastanza originale ed apprezzabile. Si ha infatti l’impressione di assistere alla rielaborazione di concetti già espressi riarrangiati al meglio da una produzione cristallina e “catchy” nella sua semplice efficacia. Sono i Paradise Lost più industriali, i My Dying Bride meno cupi e più diretti, gli Anathema meno sofisticati e gli Opeth con meno Fluido Rosa possibile. In altre parole inventano pochino ma apportano al metal il fraseggio più aperto e catartico del wah-wah e la malicnonica vocalità – a tratti robertsmithiana – di Jonas Renske senza per questo perdere un’oncia della durezza dell’arrangiamento originario. L’impatto emotivo è forte e coinvolgente quasi al punto di volgersi al pubblico come se la musica stessa fosse una dilatazione dei brani suonati sul palco e la melodia venisse supportata dall’abbraccio caotico ma verace del pubblico in sala. Si parte a tappeto con le prime due tracks dell’ultimo ‘Viva Emptyness’ e fin dalle prime note di ‘Ghost Of The Sun’ si sprigiona l’alone carismatico del quintetto svedese. Si prosegue con ‘Sleeper’ per proseguire poi sulla scia di 10 anni di storia che fanno i conti con un presente di sicuro “cult” al punto che chi vi scrive scommette qualche buono pasto sul successo di vendite dell’ultima release. “Tonight’s decision” fa i conti con la propensione più melodica e pensierosa del combo (sarà una coincidenza ma storicamente mi è sempre parso che gli svedesi contendano lo scettro di “masters of melody” ai sempiterni italiani; con Abba e Roxette su tutti) mentre ‘Complicity’ è la song che Maynard & Soci (ma dai, i Tool…) avrebbero scritto se fossero andati a scuola dalle parti di Stoccolma. Laconici, tremendamente composti e scevri da qualsiasi concessione nei confronti della folla (non numerosa, per la verità) salutano tutti consapevoli di non aver scritto una pagina di storia ma di aver comunque raggiunto un livello di lucidità compositiva tale da permettere loro di aspirare a qualcosa di concreto anche al di fuori delle ristrettezze del metal moderno (quello senza prefissi o aggettivi, per intenderci). Qualcuno potrà storcere il naso ma l’evoluzione potrebbe rianimare un genere che oramai ha detto tutto quello che c’era da dire. Chi non lo capirà potrà solo ripetersi. E ripetere.

Alex Franquelli

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