Karma To Burn @ Sinister Noise Club [Roma, 22/Gennaio/2013]

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“Give me some sugar, baby”. La scritta che campeggia sulla pancia di quella muraglia di amplificatore Marshall è un po’ il biglietto da visita di questi grezzi e bonari fabbri travestiti da musicisti che rispondono al nome di Karma To Burn, o K2B per gli amici. Benché di dimensioni ridotte, il Sinister Noise sembra il migliore rifugio dove accoglierli, come dimostrano l’agio e la tranquillità con cui chiacchierano e bevono spuma all’entrata del locale. Questa sera ad aprirgli la strada ben altri quattro gruppi, per una serata all’insegna di quella versione fangosa, rugginosa, magmatica e lorda di hard-rock che noi tutti ben conosciamo. Sì, insomma, stoner a palate. Mi perdo purtroppo l’esibizione del primo gruppo in scaletta, gli Elephante: mi perdoneranno, considerata la traversata est-ovest compiuta per raggiungere il locale. Quando arrivo, sono da pochi minuti sul palco i Rozbub, formazione a tre svizzera. Tra tutti, è chiaramente il chitarrista ad assumere il ruolo di primadonna, con smorfie, atteggiamenti e volteggi che ricordano smaccatamente, troppo smaccatamente, un tale chiamato Jimi Hendrix. Il ragazzo è comunque molto bravo, precisissimo nonostante si dimeni come una baccante, anche se la sua performance ha a tratti il sapore smielato di un liceale che voglia farsi bello al ballo di fine anno. Ad ogni modo, bravi tutti, anche il bassista, ottimo supporto alle svisature del leader, e il batterista, col suo aspetto gallico. La musica si fa però via via più ripetitiva, finché l’unico sapore che resta è quello di aver ascoltato un ottimo gruppo cover. È quindi la volta dei Black Rainbows. Ormai vecchie conoscenze del genere e con alle spalle già numerosi concerti, di loro si è infatti già parlato (qui). Anche qui la prestazione è bella incazzosa, con suoni più potenti della band precedente (sfido io, con quelle testate gigantesche), ma il genere di per sé lascia spesso e facilmente la sensazione di già sentito, e occorre essere davvero bravi per realizzare l’”extra mile” ed emergere dal sottobosco di band fotocopia. I BR sanno quello che fanno e lo fanno bene da anni, ma forse di inventiva ne devono ancora tirare fuori un po’ per emanciparsi dal cliché. Ottimo antipasto prima del piatto forte, comunque.

Gli stessi K2B rischiano spesso di essere corrosi dal germe della ripetitività, ma a giovare alla loro esibizione ci pensano anche prevedibili fattori esterni. I tre si sistemano sul palco e, con molta calma, accordano gli strumenti – o, per meglio dire, scordano gli strumenti, viste le tonalità funeree e catacombali. A sinistra c’è il bassista, Rich Mullins: un viso a metà tra Stan Laurel e Iggy Pop, con un sorriso beffardo che lo accompagnerà per tutto il concerto e delle movenze a mezza via tra il goliardico e il maniaco. Al centro, il batterista, che potrebbe essere il figlio degli altri due: inutile a dirsi, un gran bel martellatore pneumatico. E a destra William Mecum, il chitarrista, il bonaccione della band, col suo cappellino da yankee e il sorriso da vecchio zio hippie. Si inizia subito con un bell’asso a briscola. Parte ‘Eight’ dal primo disco omonimo, una delle mie preferite. Il volume è nettamente superiore a prima, ma rimane comunque accettabile e a livelli umani. A colpirmi è, più che altro, l’accordatura degli strumenti: l’orecchio fa pensare come minimo a un do, ma forse siamo sotto. Fatto sta che il suono è pienissimo, altroché, anche se ciò va un po’ a scapito della chiarezza e si fonde un po’ tutto in un liquame densissimo di piombo fuso. Strano a dirsi, il pubblico fino alle prime file rimane tranquillo, al massimo qualche timido headbanging. Ma ci vuole poco, giusto un paio di altri brani, per risvegliare lo spirito guerriero e generare un pogo confuso, sparuto ma convinto. Sono solo in sei o sette a parteciparvi, ma quanto basta per creare una zona vip sotto al palco, dove le spallate sono il minimo e ogni tanto volano pericolosi fendenti. Via via si susseguono svariati brani del repertorio (chiedo venia se, visti i titoli non proprio a prova di memoria, non li ricordo) e il grado di coinvolgimento davanti a me aumenta, mentre dietro si sogghigna e si sbeffeggiano i sei-sette spavaldi che rovinano a terra sotto una gragnuola di colpi e spintoni. Di particolare, i Karma To Burn hanno una scelta di suoni non banale, in alcuni pezzi: all’inizio dell’immancabile ‘Appalachian Woman’, Mullins sfoggia un chorus niente male, e per tutto il concerto il suo basso se la giocherà con la chitarra per la palma allo strumento più rumoroso. E, tra riff in pentatonica, mazzolate sulle pelli, sguardi d’intesa e distorsioni alla carta vetrata, giù tra le genti in rivolta il crowdsurfing diventa una ragione di vita, un po’ goffa e impacciata, ma pur sempre una ragione di vita. Concerto breve (niente bis) ma intenso; di sicuro, per le turbolenti prime file. Io, così come i tre quarti del pubblico, me lo sono goduto a distanza di sicurezza, ma non è stato certo deludente. Certo, lo stoner alla lunga mostra la corda, ma ogni tanto fa bene ritornare alle vecchie, sane abitudini.

Eugenio Zazzara