Karate + Zu @ Init [Roma, 16/Febbraio/2003]

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A metà strada tra un inverno umido ed impietoso e Via della Stazione Tuscolana è nato un nuovo locale. Si chiama Init e si presenta alquanto bene incastonato tra un acquedotto e la ferrovia come in un’immagine di pasoliniane emozioni. Il bill delle band in programma questa sera è ricco e proteico come non se ne vedono troppi in giro da queste parti. Due nomi; una garanzia. Ad apparire sul palco per primo però è un non meglio definito quintetto “gospel” dal nome suggestivo quanto basta per essere dimenticato all’istante. Una chitarra, quattro amiche e un paio d’occhiali da sole simpaticissimi si esibiscono per buoni 40 minuti in seguito ad un sound-check problematico ed estenuante quanto intempestivo. Di buono c’è il sound chitarristico alla Jon Spencer, di bruttarello tutto il resto. L’ensemble non passerà alla storia (e d’altronde nessuno glielo ha chiesto) ma un minimo di perizia e di fiato in più da parte delle coriste e qualche mossa pelvica in meno da parte del pur bravo chitarrista avrebbero di certo costituito un miglior debutto per il locale.

È tardi, dannatamente tardi quando a salire sul palco è il trio romano. Pochi minuti per organizzare la strumentazione e l’assalto sonoro ha inizio. Non c’è tempo per le presentazioni per una delle band più note della Capitale; il cemento fuso che distilla a piene mani parte già dalle prime note che volano giù dal palco per indirizzarsi su una tela immaginaria fatta di futurismo ed avanguardia urbana alla stessa stregua di un piano regolatore all’apparenza confuso ma mai così preciso ed ordinato. A volte è incredibile come dal caos apparente germogli la naturale disciplina del suono e, cosa ancora più sorprendente, un concerto degli Zu è la dimostrazione di come si possa sospendere ogni melodia per il tempo necessario alla performance senza per questo sentirne la nostalgia. In altre parole il suono assume forme geometriche mutevoli e sembra quasi che queste ultime si accavallino dando vita ad un processo di rimozione del presente per proiettarsi nella dinamica urbana più ossessiva e claustrofobia, che è poi la dimensione giornaliera di chi vive in agglomerati cittadini come il nostro. La cosa che sorprende e spaventa è però il fatto che i suoni che gli Zu proiettano hanno la capacità di rassicurare lo spettatore riportandolo nel suo stesso ambiente (quello urbano) ed è proprio per questa ragione che ciò che ne deriva è la più totale noncuranza per l’assenza di armonia. Il loro è un intreccio di generi e opzioni sonore che trasuda avanguardia “zorniana” ad ogni nota. È un jazz “fisico” dilaniato dalle note del basso (a tratti distorto) di Massimo Pupillo e preda delle palpitazioni nervose e geniali di Jacopo Battaglia alla batteria. Le note lancinanti e crude dei fiati di Luca Mai (sassofoni contralto e baritono) si spalmano alla perfezione sul composito ritmico e ciò che ne scaturisce è l’emblema stesso della ricerca musicale applicata alla dottrina sperimentale proveniente dal Giappone (Ruins su tutti) e dagli USA. Inutile parlare della reazione del pubblico quando è proprio quest’ultimo che chiede sonorità così orchestrate ed è inutile persino dare un nome al turbinìo di emozioni scatenate. Gli Zu scendono dal palco, la melodia torna nell’aria e chiama, forse cosciente del bill della serata, i padri putativi di milioni e milioni di giovani musicisti (alcuni neanche troppo nerd !) che sul globo terracqueo si addannano nella ricerca della Canzone Perfetta.

I Karate nella loro track-list ne hanno come minimo 3 e sembrano quasi attendersi che il pubblico le richieda a gran voce prima di sottoporre all’attenzione degli astanti alcune perle dagli ultimi lavori. Sono belle, perfettamente sferiche e tirate a lucido. Forse troppo. Già, perché il problema è proprio lì; le nuove songs mancano nella maniera più assoluta della rabbia congenita che aveva caratterizzato le prime composizioni della band. Non c’è più quella malinconia che sottostava l’udibile e che traspariva sebbene fosse ben celata e, all’apparenza, sottaciuta. I nuovi brani (forse da ‘The Bed Is In The Ocean” del 1998) hanno perso la spontaneità e l’immediatezza che erano il vero e proprio marchio di fabbrica dei 3 bostoniani. Geoffrey Farina sembra aver intrapreso altre strade che poco hanno a che vedere con quanto di buono è stato creato ex-nihilo nel suo passato e ha tutta l’aria di trovarsi a suo agio tra le atmosfere fumose da jazz-club del Massachussets. Il Nostro resta comunque uno dei musicisti con più senso della melodia nel “giro” alternativo. La set-list lascia, come è naturale che sia, ampio spazio a brani estratti dall’ultimo ‘Some Boots’ e composizioni quali ‘Original Spies’ e ‘Ice Or Ground?’ non deludono l’ambiente che resta però freddino fino alla splendida ‘Caffeine’, dove il climax è raggiunto quando parte dell’audience intona le strofe accompagnando la band. Se ne può parlare male: ci mancherebbe. Si può affermare che la direzione intrapresa non è la migliore, che se fossero andati avanti per la loro strada avrebbero di sicuro trovato il singolo giusto che non hanno mai cercato, ma una cosa va detta e ripetuta: poche altre bands possono dire di essere passate attraverso il post punk, l’emo, il blues e il jazz senza perdere di vista il proprio marchio di fabbrica ed un’impronta assolutamente unica nel loro genere. Proprio per questa ragione forse non è possibile esprimere un giudizio ma solo un parere su quanto sta accadendo in casa Karate. Le song sono ben suonate ed arrangiate sebbene pecchino appunto di immediatezza e capacità di sintesi ma, come detto, sono parte di un processo che, finora, non ha deluso i seguaci più accaniti e credo occorra attendere la prossima produzione per capire a che punto siamo ora. È tardi: l’inverno è sempre freddo e umido e non accenna ancora a lasciarci. A pensarci bene solo il clima di questa città non riesce a cambiare; ma che importa – usciamo dal fumo del locale e ci sentiamo, per una volta, tutti un po’ più vicini al Massachussets.

Alex Franquelli

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