Kamasi Washington @ Tunnel [Milano, 11/Novembre/2015]

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A pochi mesi dal suo debutto sulla Brainfeeder di Flying Lotus e dall’acclamatissimo triplo album ‘The Epic’, Kamasi Washington e la sua band sono giunti in Italia per tre date ravvicinate che hanno registrato altrettanti sold out. Il Tunnel Club di Milano ha suggellato la prima esperienza italiana di uno dei migliori jazzisti del nuovo corso, con novanta minuti abbondanti in cui i fiati non prevalgono e vengono sostenuti da percussioni incalzanti e frequenti assoli di chitarra e pianoforte. A un’ora dall’inizio del concerto, la coda davanti all’ingresso del locale è inverosimile: chiacchierando con la gente in fila, scopriamo che in tanti sono lì speranzosi di poter recuperare in extremis un biglietto, ignari del sold out annunciato a pochissime ore dall’inizio del concerto. Tutto sommato, comunque, la fila è scorrevole. In tanti sono costretti a tornare indietro delusi e sorpresi da un tutto esaurito che, forse, in pochi s’aspettavano. All’interno del Tunnel, però, si presenta una situazione piuttosto difficile: è ridotto lo spazio vitale, al punto che qualcuno preferisce tornare fuori per prendere qualche boccata d’aria, consapevole di poter gustarsi il concerto soltanto dalle retrovie. Urla, applausi e cori invocano l’ingresso in stage del compositore californiano, che ha luogo con un leggero ritardo rispetto all’orario preannunciato. La sua band, seppur non al completo, lo segue a ruota. Tempo per uno “You are beautiful” dell’artista statunitense ai presenti, poi, con ‘Re Run’ e ‘The Next Step’ è subito grande musica: i pezzi sono abbondantemente dilatati rispetto alla versione studio, gli assolo (prima di piano, poi di chitarra) si fanno più lunghi e intensi e, il sax di Kamasi Washington viaggia su ritmi forsennati: è bebop autentico,  tanto rapido quanto elegante. I primi applausi, lunghi e fortissimi, arrivano prima ancora che i pezzi terminino. Qualcuno ondeggia leggero, nonostante l’aria sia irrespirabile e la godibilità, per molti, sia compromessa, altri muovono la testa trascinati da una batteria straordinaria. Fra il pubblico, nei pochissimi secondi senza musica, c’è chi opta per pause-ossigeno al di fuori del locale, commentando la decisione con comprensibilissimo disappunto. In tanti cercano di concentrarsi solo sulla grandissima serata di musica, ma – obiettivamente – non è per nulla facile. Gli applausi spesso coprono la voce di Washington, che chiama suo padre (“l’uomo che gli ha insegnato tutto”) sul palco e presenta la sua ragazza, fino ad allora impegnata a danzare davanti al suo microfono. Siamo nella fase centrale, più intimista, più lenta. Pezzi lunghi, manifesto di una black music più moderna, che trova anche nella vocalist un’ottima interprete, finalmente funzionale all’economia del concerto, autrice di una prestazione impeccabile, come tutta la band, d’altronde. Qualcuno è addirittura costretto a lasciare anzitempo il Tunnel e, purtroppo, c’è poco da stupirsi. Nel frattempo, sul palco lo spettacolo bebop continua: Washington e soci ritornano a pezzi più movimentati e coinvolgenti, con rapidi climax strumentali che continuano a strappare applausi. Poi Kamasi annuncia ‘The Magnificent 7’: è il penultimo pezzo in scaletta, arriva prima di ‘The Rhythm Changes’, in cui emergono tutta la raffinatezza e la potenza delle corpose trame jazz. È così che va in archivio un concerto che sarebbe stato monumentale (esattamente come qualcuno ha definito le quasi tre ore di ‘The Epic’), se solo ci fosse stata un’organizzazione migliore. Un vero peccato, perché, anche in virtù di un’acustica di ottimo livello, la serata potenzialmente sarebbe stata perfetta. Kamasi Washington, comunque, conferma tutta la sua grandezza anche in sede live: un’esperienza assolutamente necessaria per i fan del genere. E non solo.

Piergiuseppe Lippolis

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