Kamasi Washington @ Monk [10/Novembre/2015]

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Sulle due possenti spalle di Kamasi Washington pesa un macigno imponente. Se è ozioso citare il nome di John Coltrane per delineare il percorso di un sassofonista (chi potrebbe negare di averne subito, non dico l’ispirazione, ma almeno il fascino?), il riferimento è tanto più coerente se nel ruolino di marcia del musicista risalta, a soli 18 anni, il conseguimento del primo premio nella John Coltrane Music Competition. Ma poi basta sentirlo suonare per cogliere il sacro fuoco che gli anima le vene. A dispetto del nome, Washington è losangelino doc, e della città degli angeli ha frequentato anche la storica università, la UCLA. Come spesso accade, molte più partecipazioni e apparizioni in dischi altrui per lui, rispetto al numero di dischi a proprio nome. Ma l’album ‘The Epic’, che conta ben tre CD pregni di materiale, ha decisamente riequilibrato le sorti. Lo attendiamo con ansia in un Monk gremito e vaporoso. L’attesa si fa grande mentre le lancette si avvicinano alle undici. Non mi aspettavo un’accoglienza simile, e ancor meno l’incitamento a suon di Ooohhh e di applausi scanditi. Finalmente la truppa si presenta sul palco, a un quarto dalle 23. Ne contiamo ben 7 a prendere il posto di fronte a noi: un sax, un trombone, una tastiera, una voce, un contrabbasso e ben due batterie. Strettini noi ma strettini anche loro. Kamasi si staglia col suo grosso tam in testa, rigorosamente con motivo etiope, e con una veste anch’essa a ribadire determinate radici. L’espressione a metà tra la svogliatezza e la sfida: sembra un po’ ‘Il Ras del quartiere’. Prende la parola per galvanizzare il pubblico, già di per sé bello carico, e presentare spesso e volentieri i membri della band. E poi si dà inizio alle danze. Se su disco sono una certa magniloquenza e uno stato di trance a prevalere, dal vivo il tutto assume connotati più fisici e muscolari, con le due batterie e il contrabbasso (davvero notevole il suo lavoro) a oliare gli ingranaggi. Tanto Sun Ra e Albert Ayler nello stile di Washington, che però si smarca sapendo imporre una direzione propria, fatta di scale graduali e vertiginose che vanno a rincorrere il battere fino a incontrarlo e a impattare armoniosamente con esso, lasciando addosso un piacevole stupore. Certe rincorse e volute lasciano davvero a bocca aperta. I brani seguono un andamento piuttosto canonico, con intro che definiscono la melodia sulla quale far esprimere l’estro e la fantasia dei solisti. Di tutti loro, poi, sezione ritmica inclusa. Ed è quest’ultima a dare miglior sfoggio di sé, con i due batteristi che ingaggiano un duello a distanza (con Ronald Bruner Jr. di un capello superiore) e Miles Mosley che dimostra ancora una volta quanto sia difficile suonare assoli con il contrabbasso. E lui ne viene fuori meravigliosamente. Peggio va a Brandon Coleman che, nonostante il prezioso lavoro di rifinitura in fase di accompagnamento con le tastiere, durante i soli si perde nell’uso di un suono francamente fastidioso alla lunga, almeno alle mie orecchie. Le luci della ribalta non sono negate neanche a Rickey Washington, padre del protagonista, che dà man forte al sassofono soprano. Ecco, la cifra stilistica di questa serata, rimarcandone ora le pecche, è stata questa: grandi individualità, con momenti brillanti e memorabili, ma una prestazione di banda, corale, inferiore alle aspettative. Di per sé la serata è stata impostata sull’espressione solista, questo è vero, ma in alcuni momenti la macchina sembrava non procedere, nel suo complesso, con la giusta velocità: alcuni passaggi sono risultati farraginosi e meno fluidi di quanto era lecito aspettarsi. E dire che sono diversi anni che Washington porta con sé questo ensemble. Forse la serata non era quella giusta,o il palco ristretto ha influito. Insomma, una prestazione pregevole ma non impressionante, a dispetto delle attese.

Eugenio Zazzara

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