Kamasi Washington @ Ex Dogana [Roma, 20/Luglio/2017]

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Esponente di spicco della nuova generazione del jazz statunitense, Kamasi Washington nasce a Los Angeles nel 1981. Figlio di musicisti, cresce artisticamente nella sua città e frequenta il dipartimento di etnomusicologia dell’UCLA, dove inizia ad esibirsi con gente del calibro di Kenny Burrell, Billy Higgings e Gerald Wilson. Produce 3 dischi autoprodotti a suo nome e suona con mostri sacri del genere come Wayne Shorter, Herbie Hancock, McCoy Tyner, Freddie Hubbard, Stanley Clarke, Quincy Jones e George Duke. L’attività di turnista e le amicizie lo portano a collaborare anche con artisti di confine come Thundercat, Raphael Saadiq, Chaka Khan e Flying Lotus, altri hip hop come Lauryn Hill, Nas, Mos Def, Snoop Dogg e Kendrick Lamar, ma anche rock come Ryan Adams e The Twilight Singers. Questo lo porta a sviluppare uno stile moderno ed eterogeneo che confluirà nella sua prima vera opera solista “The Epic”, pubblicato nel maggio del 2015 dalla Brainfeeder. L’etichetta di proprietà di Flying Lotus è normalmente dedita a produzioni di musica elettronica e hip hop strumentale, per cui il triplo album del sassofonista rappresenta una piacevole anomalia. Così come anomalo è il grande riscontro avuto dal disco, un mastodonte di 17 brani per 172 minuti complessivi, registrato dalla sua band di 10 elementi, coadiuvata da un’intera orchestra di archi ed un coro. Ne deriva un jazz cosmico e moderno, tanto virtuosistico quanto accessibile, profondo ma fruibile, stravagante eppur legato a doppio filo con la tradizione classica dei padri tutelari. Un album che lo fa apprezzare dal mondo jazz, così come dai giovani che normalmente se ne discostano, che lo porta a suonare al Blue Note e ai festival di genere, così come al Primavera Sound, al Glastonbury e al Coachella. Gli farà vincere ben tre premi di categoria per la rivista Down Beat, oltre alll’American Music Prize e verrà menzionato nelle classifiche di fine anno di Pitchfork, The Guardian e Rough Trade, portandolo in ottime posizioni nella chart di Billboard e in quelle di diverse nazioni europee. Niente male davvero, seppure tutto questo clamore gli abbia procurato più di qualche diffidenza da parte dei puristi.

In attesa dell’album previsto per l’autunno, lo ritroviamo su un palco romano dopo quasi due anni di attesa, sempre in compagnia della sua “The Next Step”, band composta per questa occasione da 8 elementi. Oltre al leader al sax tenore, abbiamo Miles Mosley al contrabbasso e al basso elettrico, Patrice Quinn alla voce e ai cori, Ryan Porter al trombone, Rickey Washington al sax soprano e flauto traverso, Brandon Coleman al rhodes, moog e synth e Tony Austin e Robert Miller alle due batterie. La performance si snoda in un’ora e quaranta di musica. All’interno si susseguono pochi brani ma lunghi, tratti per lo più da “The Epic”, fatta eccezione per la recente e bellissima “The Truth” e per un brano inedito interessante eseguito quasi alla fine. Tra le altre, le oramai classiche “Change of the Guard”, “Magnificent Seven”, “Cherokee” e “The Rhythm Changes”, costituiscono la spina dorsale di una serata in cui tutte le caratteristiche peculiari della band vengono riproposte quasi al meglio delle possibilità. Inutile sottolineare la gran tecnica degli interpreti e le loro capacità d’interazione, anche se a dire il vero in alcuni casi gli incastri delle due batterie non sembrano combaciare perfettamente, mentre in altri momenti si sommano senza apportare guizzi particolari. Ma quando quest’alchimia funziona al meglio, il groove prende le redini di un puledro dalla corsa inesorabile, che non fa sconti neanche ai più scettici. Washington ha appreso la lezione che fu dei maestri, ma non fa nulla per scimmiottarli, limitandosi a citarli con rispetto e devozione, perché radici e cultura siano un punto di partenza e non di arrivo. Troviamo la libertà espressiva e la spiritualità di Archie Shepp e Pharoah Sanders, il lirismo di Miles Davis e John Coltrane, la teatralità e la psichedelia di Sun Ra. Tutto è vivo sottotraccia, ma senza che nulla risulti mai troppo concettuale e freddo, noioso e intelletualoide, mantenendo una condizione di fruibilità che ne determina la forza. Musica come intrattenimento, anche quando sembra indulgere troppo nei riti messianici degli assolo, o nei numerosi clichè che comunque non spostano l’attenzione dal senso di comune di divertimento. Non solo jazz, ma una fusione di black music in senso ampio che diventa funk, soul ballad, rythm’n’blues, afro, persino ritmi in levare e accenni break beat. Non sempre di spessore forse, ma attenta a non scadere mai. Kamasi dirige tutto con attenzione, con l’aspetto da santone africano che lo contraddistingue, infila il suo paradenti e soffia fiero nel suo sassofono che spesso non disdegna di effettare. I suoi sodali lo seguono, facendo attenzione a non suonarsi troppo addosso in modo da non perdere mordente. Il pubblico è anche più numeroso rispetto a diversi concerti rock e pop che lo hanno preceduto in questa stagione. Alla fine li applaudiranno a dovere. Clamore meritato, anche solo per la capacità di avvicinare al jazz persone che altrimenti non lo avrebbero fatto. Se anche solo una parte di questi avrà modo e voglia di approfondire, sarà comunque un successo per tutti, detrattori compresi.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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