Kaiser Chiefs @ Magazzini Generali [Milano, 8/Febbraio/2020]

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Seguire i Kaiser Chiefs è sempre stato impegnativo. Nell’estate 2011 viaggiai in macchina fino a Lecce, una fornace. Nell’inverno dello stesso anno li raggiunsi in una Milano sotto zero. Nel 2014 me li ritrovai a Roma, ma col disagio di avere nella stessa sala concerti sia la mia ex storica, mai più vista dopo la separazione, sia la ragazza che prese il suo posto. Dopo ben sei anni di assenza, e dopo aver raggiunto la pace dei sentimenti con le fan dei Kaiser, ho deciso di tornare a vederli a Milano, stavolta con un amico. Il viaggio sembrava comodo, stavolta, fin quando non è arrivata la mail di Italo che mi comunicava che a causa del disastro ferroviario avvenuto pochi giorni prima i nostri treni erano posticipati di un’ora. A quell’ora di ritardo se ne aggiungerà un’altra non annunciata, ma prevedibile. Così, la piacevole giornata da passare al nord si è tramutata d’incanto in una corsa contro il tempo. Mi sono rassegnato, i Kaiser Chiefs me la devono sempre far sudare, ma in fondo negli anni mi sono accorto di aver apprezzato maggiormente le cose dure da conquistare rispetto a quelle troppo facili e quindi arrivo ai Magazzini Generali, poco prima delle 21, orario annunciato di inizio concerto, con una grandissima carica per godermi l’evento. Sembrava ieri l’ultima volta che avevo visto la band di Leeds, col nome di battaglia scelto in base alla squadra di provenienza dell’ex capitano sudafricano del Leeds United, invece in mezzo per me ci sono stati circa 400 concerti. Chissà se mi faranno lo stesso grande effetto o se l’esperienza acquisita me li farà vivere con minor entusiasmo. Me lo chiedo tra me e me, nei pochi minuti di attesa intercorsi tra il sacco del merchandising (maglietta rosa antico e una splendida sciarpa) e l’apparizione della band sul palco.

Non è stato dichiarato il sold out, ma ai Magazzini gli spazi vuoti non sono poi molti. Io e il mio amico ci piazziamo intorno alla metà della sala. Abbiamo l’atteggiamento di chi ne ha viste molte e che in fondo è pronto ad assistere a un concerto molto sentito senza avvicinarsi al cuore pulsante dell’evento, sotto palco. Persino i nostri outfit sono quelli di chi se la godrà a distanza, non sfoggiamo le mezze maniche di chi si sbatterà molto, ma solo capi invernali. In quel momento crediamo veramente che riusciremo a mantenere quel distacco. Sul lato sinistro del palco campeggia la scritta luminosa Tonite Kaiser Chiefs e proprio da quel lato salgono i cinque di Leeds. Alla batteria non c’è più l’apprezzatissimo Nick Hodgson, compositore di alcuni brani notevoli e ora passato alla carriera solista visto che lui la musica vuole farla in studio, più che nei live, e la band che suona stasera per sua stessa ammissione starebbe in tour 300 giorni l’anno. Ricky Wilson, il cantante, quando salì agli onori delle cronache con il disco ‘Employment’ era il classico inglese da pub, con le guance oversize e rubizze, gli occhi sempre ubriachi e la conseguente pancia alcolica. Nonostante ciò non aveva problemi a sbattersi qua e là sul palco, sebbene sembrasse sempre molto affaticato. Quello che invece appare sul palco milanese è la copia di Ryan Gosling in ‘Come un Tuono’. Capelli biondi ossigenati con la riga da una lato, completo bianco con fregi neri e un fisico invidiabile. Negli anni ha ottenuto grande popolarità in patria grazie al suo ruolo di giudice in “The Voice Uk”, oltre ad altre presenze in show radio e TV. I Kaiser Chiefs ovviamente ne hanno giovato, e il recente settimo album, ‘Duck’, a quattordici anni di distanza dall’esordio, li ha riportati dritti sul podio delle classifiche di vendite inglesi. Rispetto ai precedenti due lavori si nota un ritorno a buoni livelli, nonostante le sonorità siano più pop rispetto a quelle apprezzate in passato. Ma non c’è nulla da temere, le scalette dei loro live non sono mai mere marchette per i nuovi dischi, ma ben studiate per rendere felici i fan. Infatti, dopo la piacevole, ma poco emozionante, ‘People Know How to Love One Another’, i giri del motore saliranno con ‘Na Na Na Na Naa’, tratta dall’esordio, ed ‘Everything is Average Nowadays’, uno degli inni da stadio della band di Leeds. Dimenandoci avanziamo di qualche metro, l’entusiasmo sale, qualcuno da davanti retrocede per il caldo, altri spingono da dietro, altri ancora creano i classici gruppetti in fila indiana e si buttano nella mischia, prendendosi gli insulti di quelli che restano dietro. Verrà eseguita ‘Ruffians on a Parade’, pezzo tratto dal terzultimo album, ma riuscito come se fosse uno del primo, poi altri brani tratti dagli ultimi lavori, fino a che circa a metà scaletta partirà ‘Everyday I Love You Less and Less’ e tutto il parterre si trasformerà in un ring del wrestling durante una Royal Rumble. A causa di questo rimescolamento delle carte ci troveremo senza nemmeno rendercene conto in terza fila e non ci sposteremo più da lì, nonostante le oscillazioni date dalle seguenti ‘Ruby’, ‘Modern Way’ e il recente instant classic ‘Northern Holiday’. Dopo una pausa con la pop ‘Hole in My Soul’ ripartirà il bombardamento, con un Ricky Wilson che darà tutto, come al solito. Stavolta non si butterà tra la folla (Milano 2011), non canterà dal bancone del bar del Circolo (Roma 2014), ma resterà sul palco. Nonostante ciò con gli spettatori ci sarà il solito rapporto diretto: si avvicinerà alle prime file, canterà guardando i fan negli occhi, gli lascerà spesso il microfono, gli suderà addosso come d’abitudine. ‘Never Miss a Beat’, ‘I Predict a Riot’ e ‘The Angry Mob’ porteranno alla chiusura della scaletta regolare, accolte con grande calore dal pubblico che, sorprendentemente per i lidi italici, batterà le mani a tempo, oltre a cantare ad oltranza il mantra dell’angry mob. Quando il quintetto rientrerà per l’encore noi, che avevamo studiato le scalette precedenti, ci aspetteremo i soliti due pezzi delle ultime date, ma verremo stupiti da una grande sorpresa. Oltre a ‘Record Collection’ e la conclusiva ‘Oh my God’ con la solita, lunghissima, coda cantata dal pubblico, ci sarà anche una straordinaria cover di ‘Pinball Wizard’ degli Who. Mai sentita una cover dei Kaiser Chiefs in tanti anni, per ascoltarne una live c’è voluto quasi un decennio, ma questa è una delle ragioni per cui non bisogna smettere di seguire i concerti delle band che amiamo. C’è sempre qualcosa che ti sorprende, qualcosa di storico che accade, qualcosa che ti ripaga di tutti i sacrifici fatti per arrivare sotto a un palco. Negli altri campi della vita non è mica così. E anche se succede, capita molto più di rado.

Andrea Lucarini
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