Kaiser Chiefs @ Circolo degli Artisti [Roma, 14/Ottobre/2014]

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Ci sono band che fanno la storia. Ci sono quelle tecnicamente inappuntabili. Quelle che la critica incensa e nessuno, proprio nessuno, può dire che siano men che fantastiche. Poi ci sono quelle di cui ti innamori senza alcun motivo. Quelle che dopo un inizio promettente si sono perse con dischi non all’altezza della loro fama live. Si sono persi per tutti, ma non per te, che li hai seguiti in giro per lo Stivale dal sud (Lecce) al nord (Milano), senza mai chiederti il perchè di quest’amore così spassionato che non si affievolisce nonostante il passare degli anni. Piuttosto rassicurante, a dire il vero. Il sentimento è ricambiato dalla band, e nello specifico dal suo frontman Ricky Wilson, che ha dichiarato a più riprese di avere una sorta di bisogno fisico dei live e del contatto umano col pubblico, nel quale si getta senza timore alcuno da anni a questa parte. Ha persino partecipato come giudice all’edizione inglese di X Factor, ammettendo candidamente di averlo fatto per fare pubblicità ai suoi Kaiser Chiefs, che ama più di ogni altra cosa. Il mercato musicale, stupido quanto la morte, ha ricambiato, facendo arrivare il loro quinto album ‘Education, Education, Education & War’ al primo posto nella classifica dei dischi più venduti nel Regno Unito.

Arriviamo al locale di via Casilina Vecchia con largo anticipo, e lo troviamo, nonostante l’orario, già gremito. Il sold out è stato dichiarato in mattinata ed i volti intorno a noi hanno il ghigno di chi sa che l’indomani avrà qualcosa di cui parlare con entusiasmo. Avremo modo di salutare tanti amici e di scambiare qualche battuta col giornalista Roberto D’Agostino, incrociato al bar esterno e decisamente più a suo agio nel trattare i temi tipici del suo Dagospia che quelli musicali. La tensione è alta, per ragioni personali e per l’insostenibile attesa di rivedere una band a lungo attesa. Ascoltiamo solo a tratti l’opening act The Ramona Flowers, collettivo di Bristol che ha il merito maggiore nel nome scelto, preso da quello della protagonista femminile del fumetto americano “Scott Pilgrim”, interpretata, nel lungometraggio “Scott Pilgrim vs The World”, dall’attrice vivente più bella che ci sia (de gustibus…, ricordatelo sempre), Mary Elizabeth Winstead. La zona da noi battuta è per il momento quella al confine tra la sala concerti e la red room. Siamo defilati e ci restiamo, anche quando i Kaiser salgono sul palco ed esordiscono con la non memorabile ‘Factory Gates’, tratta dal disco più recente. La nostra posizione è decisamente scomoda, specie se rapportata all’affetto che nutriamo nei confronti della band, ma siamo sereni. Sappiamo benissimo che il secondo pezzo in scaletta, ‘Everyday I Love You Less and Less’, provocherà sconquassi che non potranno che giovarci. L’esperienza ci fa leggere la situazione in anticipo e restiamo in attesa, con la calma dei forti. Al quinto secondo del secondo brano ci troveremo in seconda fila, centrali che più non si può, in faccia a Ricky Wilson, così tanto da potergli fare un primo piano ravvicinato (vedi gallery a fondo pagina) senza neanche dover utilizzare lo zoom. Si salta, si canta e si suda, seguendo l’esempio del frontman, che si spreme sul palco come farebbe sul campo un roccioso mediano della Football League Championship, campionato di seconda serie inglese nel quale milita il suo Leeds United, squadra così amata da scegliere il nome della band prendendo spunto dal team di provenienza di un capitano del passato, il difensore sudafricano Lucas Radebe. Si procede con le hit, come ‘Everything Is Average Nowadays’, mentre il pavimento del Circolo, tra birre e sudore, diventa scivoloso per le nostre Clarks da battaglia. Nel corso del brano numero sette, la bellissima ‘My Life’, il pezzo più riuscito dell’ultimo disco, ci rendiamo conto che la nostra vecchia maglia dei Kaiser Chiefs, quella con due orsetti siamesi che brandiscono dei cacciaviti, è totalmente zuppa. Per la cronaca, si asciugherà soltanto l’indomani, in tarda mattinata. Nella mischia facciamo conoscenza di fan che, a vario titolo, sentono la band come fosse loro più che di chiunque altro: liceali che sfogano la loro energia adolescenziale nel vitaminico live, twenty-something che li hanno conosciuti in una trasferta nella perfida Albione (perfida sì, ma sempre generosa quando si tratta di dare consigli musicali), tifosi di calcio che si sentono vicini ai Kaiser per la loro connessione con la football culture. Per dovere di cronaca e per stemperare sul nascere femminismi mai sopiti, specifichiamo che il maschile è utilizzato solo perché così vuole la lingua italiana, per i plurali, ma tra uomini e donne delle categorie succitate vige un sostanziale equilibrio numerico. Descritto l’ambiente, parliamo di musica, che come sosteneva un chitarrista statunitense con un cognome che rievoca scenari agresti, è come ballare di architettura. La band di Leeds è come sempre un quintetto, ma l’uscita dal gruppo, a fine 2012, del batterista, principale compositore e seconda voce del gruppo, Nick Hodgson, gli ha tolto una figura di spicco, con la conseguenza che al nuovo album sembra mancare qualcosa, se non molto, rispetto ai precedenti, e che nel live la figura del drummer, ora occupata da Vijay Mistry, risulta ridimensionata, un mero contorno. Il resto della band è rimasto intatto, con Whitey alla chitarra, Simon Rix al basso e il barbuto Peanut che si occupa di tastiere, sintetizzatore e di agitare la folla, come se ce ne fosse bisogno in un concerto dei Kaiser Chiefs. Al termine del live attenderemo la band e proprio Peanut ci dirà di essersi esaltato nella location, perfetta per il loro tipo di musica in quanto il frastuono prodotto dai loro strumenti sembrava quasi far tremare i muri ed era l’ideale per provocare nei fan ancora più entusiasmo. Il live scorre bene, i membri sembrano rodati e sicuri di sé, non i poco abili musicisti di cui si parla in giro, ma saremmo ingenerosi a non occupare buona parte del report nel descrivere quello che è il vero fascino della band di Leeds, quello che fa dire a tutti che sono una delle migliori live band d’Europa: la presenza scenica del cantante Ricky Wilson. Ottima voce, potente e migliorata nel corso degli anni, si presentò sulle scene con le fattezze del classico inglese da pub: in netto sovrappeso, con le guance tendenti al viola, chiassoso e oggettivamente brutto. Quasi dieci anni dopo abbiamo davanti a noi un ragazzo dal fisico invidiabile, tanto da essere stato incamerato dal carrozzone TV inglese, e con una condizione atletica smagliante, se è vero come è vero che, a parte qualche momento in cui si riposerà sul palco buttandosi a terra durante le parti strumentali dei brani, non smetterà mai di saltare, di cantare in equilibrio instabile sulla transenna, di arringare la folla dicendo di voler vedere dei gladiatori, di chiamare i battimani, di fare stage diving, fino ad arrivare al bancone del bar del Circolo, scolarsi un paio di birre e cantare da lì, in piedi, ‘I Predict A Riot’, per poi tornare sul palco per il brano conclusivo della scaletta regolare, l’inno ‘The Angry Mob’, col ritornello cantato come un mantra dalla band e dal pubblico, in un momento di comunione, che con tutto il rispetto per i cristiani, possiamo dire più intensa del rito tra prete e fedele. Siamo ammassati in transenna, un altro scossone ci è stato favorevole, e tra noi e Ricky ci sono solo le sue lattine di Nastro Azzurro svuotate nel corso del live. Mentre ci canta addosso ci studia per bene e quando al termine del live lo vedremo uscire dal backstage con una sorta di pigiama addosso, ci punterà e ci saluterà con un abbraccio da vecchi amici, rivelandoci di essere ‘Really Tired’. Gli vorremmo rispondere “e ci mancherebbe”, ma sul momento ce la caviamo con un espressione di assenso, visto che in inglese proprio non sapremmo come dirlo. L’encore, due brani, è per metà una delle note dolenti della serata: Si apre con ‘Misery Company’, che oltre a poter sembrare una brutta dedica al pubblico, rappresenta uno dei pezzi più noiosi dell’ultimo album. Per fortuna avranno il tempo di rifarsi, con il loro classico finale, quella ‘Oh My God’ che resta in testa per giorni a chi assiste ai loro concerti, grazie al ritornello ripetuto oltre ogni ragionevole numero di volte. Sovrapponiamo questo momento al ricordo dei finali dei loro concerti a cui abbiamo assistito in passato e pensiamo che no, tre live così belli e tirati non li abbiamo mai visti fare a nessuno. Certi amori non finiscono.

Andrea Lucarini
@Lucarismi

Foto dell’autore

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