Kadavar @ La Maroquinerie [Parigi, 14/Aprile/2013]

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A volte Parigi chiama Berlino e così succede che in un’atipica domenica primaverile, finalmente calda ed assolata, senza la benchè minima minaccia di pioggia, tre vichinghi germanici, alti e longilinei, apparentemente miti e pacati, hanno fatto rivivere presso La Maroquinerie, nel ventesimo arrondissement, lo spirito più autentico dell’hard rock andante, quello delle generazioni passate, a metà strada tra il metal non troppo duro e lo psichedelico ritenuto, insomma quello dei migliori Led Zeppelin e Black Sabbath, giusto per intenderci meglio. Quando suonano gruppi così, purtroppo o per fortuna, non si ha né tempo, né voglia di prestare attenzione alle band di spalla – in questo caso The Socks e Abrahma – di cui per maggiori ragguagli, si rinvia ad altre fonti. Qui, in questo spazio si parlerà solo ed esclusivamente di loro, ovvero la migliore rincarnazione ad oggi esistente su terra, di quello che avremmo potuto ascoltare e vedere se avessimo vissuto negli anni ’70: mesdames et messieurs les Kadavar.

Gruppo originario di Berlino, con un solo album all’attivo, distribuito in Europa da This Charming Man e in America da Tee Pee Records, i Kadavar, rappresentano l’immensa sorpesa sulla scena underground mondiale 2012-2013. I “nomignoli” scelti dai tre per distinguersi l’uno dall’altro, già la dicono lunga sulla loro mostruosità: Wolf al canto e chitarra elettrica, Tiger alla batteria e Mammut al basso. Poi l’abbigliamento e una presenza scenica degna di nota e godimento: capelli lunghi e lisci, barbe folte, collane in denti di coccodrillo, giacche in velluto, stivaletti  bassi a punta, pantaloni neri attillatissimi con cinturoni in cuoio da cowboy e fibie in argento massiccio a forma d’aquila. Ma nulla – ed è bene sottolinearlo sin da subito – risulta eccessivo o troppo pacchiano. Per chi infatti come me ha avuto la possibilità di intravederli giù dal palco, prima ancora della loro esibizione e passargli giusto accanto – sentondoli conversare pacatamente in inglese con un giornalista del posto – posso assicurare che nonostante la calma e la tranquillità yogica che emanano, i tre visti da vicino incutono timore e soggezione, forse semplicemente per la loro infinita altezza e magrezza o forse perchè il nostro animo prima ancora del cervello percepisce di trovarsi di fronte a qualcosa d’insolito, strano, lonano in tutti i casi da ogni tipo di bassezza e mediocrità dell’umano vivere quotidiano.

Poi la performance. E ora potremmo stare qui a descrivere più o meno il loro rock in costante ebollizione, dove gli effetti di groove e fuzz fanno da padrone, affianco alla voce allucinata e stregata di Wolf che introduce e accompagna la maggior parte delle distorsioni e dei riffs. Ma queste sono solo sensazioni ed impressioni acustiche a cui si può accedere facilmente anche tramite un primo ascolto in cuffia di ‘Black Sun’, ‘Creatures of the Demon’, ‘Living in your head’ o ‘All out thoughts’. In live i Kadavar fanno un tutto più unito, il cui fulcro cade esattamente nelle braccia di Tiger, il batterista. Posizionato al centro della scena, Tiger – a torso nudo con su solo un gilet senza maniche – ha decisamente marcato l’impressione visiva e sonora del pubblico che assisteva basito, in alcuni casi attonito, incapace del minimo cenno del capo, al susseguirsi di percussioni e battute così dannatamente violente e perfette. Braccia lunghe e muscolose che si sono fatte tramite umano di quella maestosa e devastante ferocia, proria su terra solo delle più impressionanti catsrofi naturali.  Che si potrebbe rimproverare ai Kadavar di aver limitato in live i pezzi cantati a vantaggio del suono? No. Il messaggio sembra chiaro e corretto: per le parole comprate il CD, per vedere come l’uomo si avvicina a Dio venite pure a sentire i nostri concerti. Terminata l’esibizione, i tre lasciano il palco senza nulla dire e senza il minimo bis, in fondo non ne hanno bisogno: la perfezione è stata rivelata e che tutti gli altri esseri umani ritornino pure alle loro basse occupazioni.

Daniela Masella

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