København Store + Shout + The Jacqueries @ Circolo degli Artisti [Roma, 18/Marzo/2010]

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È filato tutto liscio. Tre anni che la 42 Records ci propone nuove e nuovissime realtà che, in quasi tutti i casi, vale sul serio la pena di scoprire. Tre anni, e stasera una tripla esibizione a celebrare l’attività e l’etichetta, il sudore di tutti e l’occhio attento di Emiliano Colasanti. L’affluenza di pubblico non è delle più consistenti, ma tutto sommato è un vantaggio per chi c’è: tutto sembra familiare, le converse di almeno una mezza dozzina fra i musicisti, i diffusori di fumo sul palco, il consueto pile nero quechua di quello che presumibilmente è il fonico stabile del Circolo dietro al suo mixer. Mai tanto familiare. A partire dalle riconoscibilissime, ormai icastiche camicie a quadrettoni dei Jacqueries, freschi del nuovo EP appena uscito per 24, costola della 42 nata coll’intenzione di dare spazio mensilmente a nuovi gruppi (“un EP al mese, tutti i mesi”). Concerto tirato, anche se probabilmente troppo improntato alla massima riuscita tecnica dei brani e poco alla presenza scenica. Un po’ statuari, i nostri sciorinano i brani dell’EP oltre a qualche altro passaggio, e sfoderano quei rumorismi e sonorità anni ’90 a cui ci hanno abituato. Durante l’esecuzione della benzedrinica ‘Smokers’ c’è movimento sotto al palco e la gente si anima, ma è durante la morbidissima coda di ‘7/8’ che il gruppo riesce a emozionare sul serio.

Cambio palco per gli Shout, direttamente da Morolo (FR) col loro rock’n’roll eclettico e abbastanza inquietante. Echi hard rock, efficaci giri di basso (chi lo suona ricorda vagamente un Jean Jacques Burnel un po’ meno in salute), su palco gli Shout appaiono più cupi e sanguigni che su disco, dove davano l’idea di un gruppo autoironico e “solare” per certi versi, impressione dovuta a una produzione più morbida e al non-sense nichilista dei testi. Ritmi spazza-melodie da una batteria molto percussiva (ossequi al nuovo drummer, alla prima data), con la famelica ‘Hallelujah In La Minore’, momenti più pop come ‘Il Mio Amore Nel Frullatore’, ‘Nausea Moderna’ col suo ritornello-assassino e la certezza tardiva dell’invidiabilità delle vistose basette del cantante.

È il dopo-Shout. Il momento più atteso, i Købenavhn Store, che a detta del sottoscritto meritano un discorso a parte. A parte perché, nonostante le più che mirabili aspettative, l’esibizione dei cinque mi ha un po’ deluso, un po’ eccitato, un po’ annoiato. Come evidenzia un amico, i K-Store con/senza cantato (nessuna considerazione di merito sul cantante) sono due gruppi separati e distinti. Canzoni costruite su serie di accordi base, dove i K-Store abbandonano quasi in toto l’etichetta shoegaze/post rock per dedicarsi a un pop “nordeuropeo” più leggero e digeribile, si alternano alle aperture strumentali, con chitarre indomabili e svolazzi elettronici e la sezione ritmica espansa, portata a un orgasmo di piatti e rullate. Vere e proprie esplosioni nel cielo: e sono questi i momenti di maggior entusiasmo, dove la vetta, se non  proprio doppiata, viene avvicinata tanto da sentirne l’odore. Merito dell’esperienza, merito dell’effettistica ben dosata. Bizzarro però che, dopo tutto, il punto più alto venga toccato dalla zuccherosa ‘I Came From The North’. Che appartiene al repertorio con voce (fra l’altro onesta e onestamente mite). Non so proprio spiegarmelo.

Filippo Bizzaglia

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