Junun @ Auditorium [Roma, 11/Novembre/2016]

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Chissà come sarebbe stata questa sala se non ci fosse stato Jonny Greenwood. Chissà come sarebbe stata questa serata se negli ultimi 5-6 anni non fossimo stati irradiati dalla voglia, dalla riscoperta, dal trendwagon della musica “world” (Africa, Oriente, ibridazioni etniche, avanguardia, Fela Kuti, Sun Ra, popoli dimenticati, deserti sconosciuti). Chissà. Eppure l’Auditorium romano sembra non porsi queste cervellotiche domande. La risposta è numerosa e intensa. Partecipata. Junun è un progetto di incroci e incastri. Che parte dalla moglie del Radiohead (Sharona Katan, quotata visual artist) brava a mediare il marito con l’israeliano Shye Ben Tzur (autentica rivelazione e asse portante del progetto). E poi il cineasta Paul Thomas Anderson legato al lavoro dei Radiohead (Godrich il guru) a loro volta correlati agli Atoms for Peace di ‘Amok’. La malattia curata da Junun. L’India di Jodhpur, la Sun City, che diventa un film. Dal 2015 al 2016. Ci siamo. Il colore e il folklore contagioso della Rajasthan Express mentre Jonny vive defilato la sua personale trance. Una dozzina di brani dal profumo speziato, inconfondibile anche se troppo spesso non condivisibile, vista la mia personale avversione verso questa cultura, questo mondo, quelle atmosfere, quegli odori. Eppure l’ensemble è un treno in corsa, un’autentica macchina di puro coinvolgimento che parte sbuffando da ‘Kalandar’ e arriva mai trafelata a ‘Mast Qalandar’. E il voto fino a questa diplomatica descrizione sarebbe un discreto con vista ottimo. Poi entra la parte soggettiva, l’emozione, e come appena scritto poco sopra, entra in gioco la visione personale, subentra la terribile noia. Non basta la curiosità verso la diversità (musicale), non basta quella tromba che rende continuamente omaggio al “gigante dei giganti”, non bastano i capelli negli occhi di Jonny il bello, non bastano i tappeti e i grandi sorrisi di un popolo intero. E poi fuori fa anche tanto freddo a spazzare via in un solo istante il caldo generato all’interno dell’auditorio romano. Mentre termina anche l’ultimo applauso qualcuno accanto a me ricorda la concomitanza alla Conciliazione con la prima delle due date dei King Crimson. E allora sorrido divertita pensando che forse l’aria più respirabile sia stata proprio questa lungo il deserto del Thar.

Silvia Testa

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