Junior Boys @ Circolo degli Artisti [Roma, 3/Marzo/2007]

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Comprai l’album “So This Is Goodbye” all’aeroporto di Heathrow durante una di quelle estenuanti attese per l’imbarco. Non conoscevo ancora i Junior Boys ma avevo letto commenti positivi su di loro; inoltre il CD costava relativamente poco (8 pounds se ricordo bene) e volevo disfarmi delle poche sterline rimastemi. Bastò togliere il cellophane e annusare il booklet plastificato e lucido a farmelo adorare: lo stesso odore delle copertine dei vinili che ero solito acquistare copiosamente e incoscientemente negli anni ’80. Questo CD è tuttora una droga per me, visto che mentre lo ascolto non posso fare a meno di sniffarlo: troppi sono i ricordi che quell’odore mi rievoca e riviverli tutti nello stesso momento è una sensazione devastante, ma alla quale non posso più rinunciare.

E questa è la storia di come diventai un tossico di PVC. E tutto per colpa (o per merito) di questo duo canadese e del loro booklet che esala le stesse identiche molecole di quegli extended play in vinile (ve li ricordate?) dalla copertina lucida e dal rapporto prezzo/contenuto esagerato. Ma il motivo della mia dipendenza da quest’album non si limita ovviamente al solo lato olfattivo, in quanto contiene dieci piccoli grandi gioielli da cui è difficile staccarsi; anche la musica è pervasa da quell’intenso profumo caratteristico degli anni ’80. Motivo per il quale non posso mancare al loro concerto al Circolo degli Artisti la sera in cui la maggior parte della gente assiste alle evoluzioni cromatiche del nostro satellite più grande o, peggio ancora, guarda in TV la finale di quell’oscenità nota come festival di Sanremo.

La serata viene aperta da Nuccini! (chissà se il punto esclamativo è un omaggio ai Neu! o agli Ultravox!), ovvero Corrado Nuccini, chitarrista dei Giardini di Mirò, quando ancora la presenza in sala è esigue. Quello che ci propone in circa mezz’ora con il suo laptop di origini scozzesi è un interessantissimo caleidoscopio di sonorità eterogenee dove evocativi arpeggi di piano possono essere contrappuntati da rumori e frequenze lancinanti e dove le classiche aperture post rock sono seguite o precedute da beat etno-dance, superando così i limiti strutturali del suonare in una band (per quanto brava essa sia) e dando sfogo senza alcun freno alle proprie idee e alle proprie intuizioni.

L’atmosfera da club continua anche quando salgono sul palco i Junior Boys (per l’occasione in tre, visto che dal vivo si fanno accompagnare anche da un batterista) e attaccano “Count Souvenirs”, brano che rievoca i Depeche Mode di “Strangelove”. E’ già evidente che la dimensione live presenta le sue peculiarità rispetto al lavoro in studio: nessun effetto glitch con cui condire le composizioni ma in compenso una vena più viscerale dovuta sia alla presenza della batteria acustica che suona con discreta potenza ma elvetica precisione sopra i ritmi campionati e soprattutto le sferzate di basso che Jeremy Greenspan ci regala al momento giusto all’interno del pezzo. Jeremy non ha la faccia di un cantante, nè tantomeno quella di una rock star; sembra piuttosto il fruttarolo del mercato sotto casa. Nonostante ciò si alterna con dimestichezza tra basso e chitarra e intona melodie semplici ma di gran gusto con la sua voce sussurrata e penetrante. Matthew Didemus invece è nascosto dietro un tavolo apparecchiato da tastiere, sintetizzatori e laptop; riusciamo però a scorgere la sua maglietta dei Kraftwerk; fa sempre piacere che un musicista palesi le sue influenze, soprattutto quando queste sono di grandissima importanza un po’ per tutti. Mano a mano che il concerto prosegue si nota che il pubblico inizia progressivamente ad ondeggiare e a muovere collo e spalle. Lo faccio anche io nonostante i miei muscoli siano più tesi di una corda di violino. Me ne pentirò la mattina successiva. Ma su quel capolavoro vero e proprio che è “In The Morning” non ho saputo trattenermi e la mia parte ludica e irrazionale ha preso il sopravvento. La dimensione comunque rimane sempre intimista, quando si balla lo si fa da soli in maniera quasi alienata. E’ questa infatti la peculiarità dei Junior Boys, ovvero aver conciliato l’elettronica (e la dance) a elementi più tristi e malinconici tipici di una parte della scena indie pop. Lo dimostra anche l’esecuzione di altri brani come “This Is Goodbye”, “Double Shadow” e “The Equalizer” oltre a tre canzoni tratte dal loro primo album “Last Exit” dove però la parte pop è meno marcata. Dopo un’ora intensa di introspezione e dondolii di nuche, il concerto finisce e tutto a breve tornerà nella normalità: un tizio che fa di cognome Cristicchi poco dopo vincerà il festival e io tornerò a casa ad annusare copertine.

Daniele Gherardi

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