June Of 44 @ Atelier Montez [Roma, 26/Maggio/2019]

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I June Of 44 sono una delle migliori espressioni del rock alternativo statunitense e uno dei primi supergruppi di matrice indie. Nati a New York nel 1994, sono formati dai chitarristi e cantanti Jeff Mueller (Rodan) e Sean Meadows (Lungfish/The Sonora Pine), dal bassista e trombettista Fred Erskine (Hoover/The Crownhate Ruin) e dal batterista Dough Scharin (Rex/Codeine/Him). Una cifra stilistica basata sull’esempio degli Slint e la commistione tra rumore, inquietudine e pathos, oltre alla grande capacità dell’uso della ripetizione e dello sviluppo delle dinamiche. La loro parabola artistica è durata poco più di sei anni, in cui hanno realizzato quattro album e due EP, tutti a loro modo d’importanza artistica. Una prima fase è caratterizzata dal noise e dal math rock, che va dall’esordio “Engine Takes to the Water” del 1995, prosegue con “Tropics and Meridians” del 1996 e si chiude con “The Anatomy of Sharks” del 1997. Una seconda fase è più post rock e sperimentale, si inaugura con “Four Great Points” del 1998, si perfeziona con “Anahata” del 1999 e ha l’epilogo, sempre lo stesso anno, con la pubblicazione del loro episodio della collana discografica “In the Fishtank”. La band si scioglie nel 2000 e non se ne avranno notizie fino al 2018, quando i loro amici Uzeda li vogliono a Catania come ospiti nella due giorni di celebrazione del trentennale. Sarà questa l’occasione per intraprendere un mini tour italiano, che vede quest’anno una doverosa e gradita replica.

Il concerto è organizzato dall’Evol Club, ma per il protrarsi del sequestro dei locali della Locanda Atlantide è stato spostato altrove. Questa volta la scelta è ricaduta sull’Atelier Montez, uno spazio in via Pietralata gestito dall’Associazione Culturale Montez. Si tratta di un capannone industriale ristrutturato e adibito a diventare fabbrica dell’arte contemporanea, visiva e figurativa, con lo scopo di riqualificare socialmente e culturalmente il quartiere. Ha una buona sala, un palco moto alto e un’acustica più che dignitosa. Rappresenta una possibilità in più dove proporre eventi musicali, magari attrezzandosi meglio con un buon impianto sia luci che audio. L’apertura è affidata agli Yaguar, quartetto italiano formato da Massimo Mosca chitarra e voce, Massimo Tonelli chitarra e voce, Sergio Carlini al basso e Andrea Boni alla batteria. Mosca e Carlini sono due terzi dei Three Second Kiss e Sacha Tilotta, il terzo mancante sul palco, è in sala a coadiuvare gli headliner nella loro crew. Le coordinate musicali della band sono sempre quelle che gravitano attorno ai suoni Dischord, Quaterstick e Touch and Go. Nei quarantacinque minuti a disposizione suonano impro noise, post rock, post hardcore e indie rock, infarcendo di spunti propri e buona personalità i riferimenti del sottobosco statunitense. Boni suona in piedi senza cassa, con rullante due timpani e piatti, producendo spesso un suono tribale. Tonelli ha una pedaliera ricca di effetti e li usa con dedizione, soprattutto il vibrato nella voce. Il cantato dei chitarristi si alterna e spesso si sovrappone. I brani suonano massicci e potenti, mai scontati e con una buona attenzione alle dinamiche. Interessanti.

Sarà stata forse la giornata di pioggia, oppure il concomitante evento d’addio dell’ultimo tra gli eroi romantici del calcio capitolino, ma questo concerto avrebbe sicuramente meritato molto di più del centinaio di persone che ha raccolto. Un’esibizione schietta, diretta e sincera, di quelle belle di un tempo. Gli anni sono passati sia per i June of 44 che per il loro pubblico e si vede, ma la musica e il feeling sono sempre gli stessi. La partenza non è delle migliori. Mueller ringrazia subito i presenti e accenna l’intro di “Have a Safe Trip, Dear”, quando un feedback involontario lo fa desistere. Falsa partenza risolta velocemente tra l’incoraggiamento generale. Il concerto ha inizio e quel brano ci regala subito una prima perla, seppure non qualche scricchiolio. L’assalto a due voci di “Cut Your face” mette le cose a posto ed esalta la compattezza della sezione ritmica della band. La possenza del basso di Erskine e la varietà del drumming di Scharin sono tra le migliori del genere ancora oggi. Si prosegue con una “Does Your Heart Beat Slower” da accademia e con una “June Miller” dove è la voce di Meadows a farla da padrone. Concerti come questi ci riportano alla mente due costanti importanti di quell’epoca. La prima è che le voci spesso non sono così importanti e che un cantato urlato e stonato a volte è più efficace e comunicativo. La seconda, ma forse primaria, è l’importanza dell’elaborazione delle dinamiche, dell’alternanza tra il forte e il piano, l’essenzialità della cura del timbro e del controllo del suono. In questo senso è un piacere vederli all’opera e gustare la forza evocativa della loro musica. Apprezziamo la potenza di “Lusitania” e “Anisette”, l’attesa della deflagrazione di “Cardiac Atlas”, con un solo notevole di Meadows e l’esercizio di stile di “Record Syntax”. Tutto scorre con grande fluidità e precisione e ci ricorda quanto siano abili professionisti questi americani. L’arpeggio classico e lo spoken di “Mooch” e quell’apertura slintiana che non tramonterà mai, sublimata tra incastri ritmici e distorsioni. Le chitarre che si intrecciano alternando schiaffi e carezze. Il vigore di “June Leaf” e soprattutto di “Modern Hereditary Dance Steps”, ricco dei classici stop and go, che lo rendono fortemente incline all’headbanging liberatorio del pubblico. “Pregenerate” offre un bpm marcato e si fregia di un riff iniziale di basso da cineteca. Infine chiudono il set con quel fulgido esempio di post rock d’origine controllata che risponde al nome di “Of Information & Relief”. Dotato di un inizio impro jazz, con la voce quasi poggiata a caso, sincopi a guarnire sparse nel mezzo e un finale epico. Escono tra gli applausi e nella setlist non prevedono bis, ma un paio li concedono comunque. Il primo è il noise d’assalto di “Mindel”, mentre il secondo è quel concentrato di lacrime e sangue di “Sink Is Busted”. L’anno scorso purtroppo non c’ero e di quel concerto rimpiango l’esecuzione di “The Dexterity of Luck” e “Sharks & Sailors”, assenti ingiustificate questa sera. Ma poco importa. Epici.

Cristiano Cervoni

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