Julie's Haircut @ Circolo degli Artisti [Roma, 22/Gennaio/2011]

549

Dopo aver loro dedicato un’intera scheda (leggi), mi ero col tempo dimenticato dei Julie’s Haircut. Più che altro, li ho lasciati perdere per un po’ dopo aver più e più volte ascoltato il loro ormai penultimo disco, il bel ‘After Dark, My Sweet’, complice il loro silenzio discografico, non lungo per la verità. Dopo quattro piacevoli dischi in cui sono passati da un irruento e a volte ingenuo canone garage punk-rock a un più diluito, dinamico e liquido rock psichedelico, i nostri sono approdati all’ambizioso e controverso ‘Our Secret Ceremony’, doppio album summa della loro ultima incarnazione stilistica. Disco abbastanza riuscito, ma che soffre delle pecche (tedio, tendenza a strafare, a tirarla per le lunghe) tipiche dei dischi doppi, soprattutto nella seconda parte. Ma, tutto sommato, la band di Sassuolo aveva mantenuto gli standard alti. Quindi, ero abbastanza curioso di vederli per la prima volta dal vivo.

Ecco, la curiosità non si è trasformata in delusione, ma insomma, speravo di rimanere più positivamente colpito. Il concerto ha inizio, come di consueto, al termine dell’anticipo di campionato. Superate di poco le 22.30, i cinque emiliani si presentano sul palco e, senza proferire verbo, attaccano subito col primo pezzo che, sinceramente, non riconosco. Potrebbe anche trattarsi di un inedito, chissà: ad ogni modo, ammetto la mia ignoranza. La band sembra abbastanza in palla: i suoni sembrano ben bilanciati (ad eccezione delle tastiere, forse un po’ alte, ma livellate strada facendo) e l’effetto iniziale è positivo. All’incipit placido e tranquillo, quasi una ballata, fa seguito il primo pezzo forte, ‘The Devil In Kate Moss’: il riff trascinante e orecchiabile, un po’ già sentito ma efficace, fa da collante del brano, che per il resto si dipana in praterie da caccia psichedelica, con le tastiere in evidenza, il basso cadenzato e ipnotico e le chitarre a ricamare. Allungato per l’occasione, il pezzo non delude. Segue ‘The Shadow, Our Home’, con Nicola Caleffi e Luca Giovanardi che si dividono la scena ai microfoni: suoni di tastiera azzeccati e fedeli, band coesa, ottima esecuzione. I cinque tornano volentieri sul penultimo disco, cosa che non può che farmi piacere: da questo, ripescano due brani, ‘Death Machine’, il cui timbro delle tastiere è un po’ diverso dall’originale e, a mio parere, la indebolisce in parte,  e l’intensa ‘Satan Eats Seitan’, che sembra anche una delle loro preferite, a giudicare dall’entusiasmo che dimostrano, fino ad allora non troppo evidente. Due pezzi che illustrano esemplarmente la loro recente conversione a scorribande psichedeliche tanto scarne nella struttura armonica quanto magmatiche negli arrangiamenti: una via di mezzo tra cavalcate kraut ed esplorazioni spaziali alla Spacemen 3.

È forse la parte centrale del concerto a cambiare le carte in tavola: la riproposizione della pur valida ‘Safe As’ dal primo disco si apre con un errore abbastanza clamoroso sull’attacco del pezzo, cosa che, a pelle, mi ha creato un’impressione di una certa insicurezza. Mi sembra di averli visti più guardinghi, da quel momento in poi: ripeto, sarà suggestione, ma questo è quello che ho sentito. A dir la verità, di errorini saltuari ce ne sono stati altri, ma niente di particolare rilievo, certo: il punto è che a un certo punto il concerto è calato un po’ di intensità. Forse in coincidenza dell’esecuzione di ‘Origins’, il brano più esteso della prima facciata. Pezzo anche interessante, ma che presenta una parte centrale atmosferica e meditabonda, di certo non uno dei punti forti del disco e che mi ha fatto in parte pensare ai Mars Volta più testardi. Nonostante la buona performance, il concerto ha perso qualcosa, in questo frangente. Al termine della già citata ‘Satan Eats Seitan’, se non ricordo male, la band ha lasciato rapidamente il palco, in attesa del rodato bis. Bis costituito da una brano in chiave acustica, forse ‘Ceremony’, in cui i cinque si sono seduti (alcuni anche per terra, tanto da scomparire dalla vista) per entrare in sintonia con questo brano lungo e dilatato. La tensione si era fin troppo allentata, tanto che pensavo che a questo facesse seguito qualcos’altro. Invece, quella era la fine ufficiale del concerto. I cinque si sono alzati, hanno salutato rapidamente e hanno abbandonato rapidamente lo stage. Al termine di un’ora e mezza scarsa di concerto. Il giudizio sul loro gusto musicale e sulla validità delle loro proposte non cambia: certo, mi sarei aspettato qualche emozione e del coinvolgimento in più, questo sì.

Eugenio Zazzara