Julie's Haircut @ Circolo degli Artisti [Roma, 18/Aprile/2009]

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Confesso di avere una certa ostilità nei confronti della musica italiana. E confesso che un gruppo con un nome così, senza Sonic Boom, sarebbe difficilmente arrivato dentro il mio lettore. Confesso anche di aver gridato al miracolo, scoprendo che la metà sintetica dei venerati Spaceman 3 avrebbe suonato a Roma (nel maggio scorso) e di aver poi ripetutamente sbadigliato al suo cospetto, dopo che in mezz’ora non aveva suonato più di quattro accordi. Confesso, in ultimo, di aver preferito il live dei Julies a quello di Peter Kember. (Ogni cerimonia che si rispetti, è preceduta da un atto penitenziale).

Va premesso che, diversamente da quanto detto tempo fa su questi schermi, personalmente non credo che ‘Our Secret Ceremony’ sia “un album da distruggere”. Forse nel complesso un po’ lungo, quindi per definizione con qualcosa di troppo, ma non tanto nelle idee quanto nella mole del loro sviluppo. Novanta minuti che guardano al passato piuttosto che al futuro, lontani dalle mode ma anche dalla pura sperimentazione, visionari ma senza un abbandono completo, tra forma canzone e (temporanee) fughe, stratificazione kraut e liquidità pop: una ricerca sonora dai contorni non perfettamente definiti, eppure coraggiosamente incurante di tradire le (buone) premesse. Pertanto, giungo alla cerimonia assolutamente in pace, fiduciosa che tra sermoni e liturgie, ci potrebbe scappare pure la catarsi. Intorno alle 22.30, il Circolo pressocchè vuoto fa pensare ad un rito davvero segreto. Ma è semplicemente l’effetto sabato sera, perché dopo le 23 la sala non fa che riempirsi (per inciso: il pubblico sarà almeno 5-6 volte quello della serata Sonic Boom + Julie’s Haircut). La scaletta contiene gran parte dei ‘sermoni’ (il primo disco di ‘Our Secret Ceremony’) e quattro brani da ‘After Dark, My Dear’, mescolando come in una sorta di magma lunare, il lato più allucinato e notturno con quello più elettrico e vintage del collettivo di Sassuolo. ‘Sleepwalker’ aggredisce gli astanti trascinandoli tutti nella spaceship, che prosegue nello spazio teutonico con ‘The Devil In Kate Moss’ ed alternando, continuamente, orizzonti lisergici (‘The Dead Will Walk The Heart’, ‘Origins’) ad una psichedelia più grezza (‘The Shadow, Our Home’, ‘Death Machine’). Signore e signori, stiamo fluttuando nello spazio: il moog è il caleiodoscopio attraverso cui il (basso) profilo del garage si dilata in forme sintetiche, il cowbell segna il tempo su ‘The Stain’ e un  theremin luminoso lo fa perdere (se non erro) nel bis lunghissimo di ‘Gemini, pt. 1 & pt. 2’, su cui i due Les Fauves fanno da (probabilmente alcolizzato) special guest danzante. Nel mezzo, rumori del cosmo (‘After Dark’) e post rock elettrolitico (‘Satan Eats Seitan’). I Julies sono evidentemente a loro agio sul palco. Scambiano qualche battuta col pubblico e gli strumenti tra loro; l’energia è un’aurea che li circonda, una forza che gira ed ipnotizza i partecipanti. I Julie’s Haircut sono (ancora) meglio dal vivo che su disco. Abili dilatatori di suoni ed emozioni, sanno spingere il viaggio finchè è possibile tornare indietro, sulla scia di un groove che riporta la testa e le gambe a battere su ritmi più conosciuti. Qualcuno che quella notte c’ha parlato parecchio, mi ha detto che sono matti. Per completare la mia redenzione, vado via con ‘N-Waves/U-Waves’, l’EP suonato con Sonic Boom. Uno che con la gente sana non c’ha mai lavorato.

Chiara Colli

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