Julien Baker @ Circolo Ohibò [Milano, 18/Settembre/2018]

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Avevamo imparato a conoscere Julien Baker nell’autunno di tre anni fa, quando la diciannovenne del Tennessee esordiva con ‘Sprained Ankle’ e raccoglieva il consenso quasi unanime della stampa di settore. Era un lavoro dai toni oscuri, severamente intimista, che suonava già a suo modo maturo e che lasciava presagire una precoce consacrazione, puntualmente avvenuta con ‘Turn Out The Lights’, pubblicato al tramonto del 2017. C’era grande attesa per la prima e unica data italiana del tour a supporto del disco col quale ha conquistato più d’una classifica di fine anno e, non a caso, possiamo dire di non aver mai visto il Circolo Ohibò pieno come per il concerto della cantautrice originaria di Bluff City. Julien Baker si presenta sul palco insieme alla sua chitarra e al piano, ma per alcuni brani è accompagnata da Camille Faulkner, la violinista con cui ha collaborato per la sua ultima fatica discografica. Non soltanto per la temperatura esterna ben oltre le medie stagionali e la grande risposta di pubblico, l’atmosfera all’interno del locale di Via Benaco è rovente. Sul palco è tutt’altro che timida: appare sicura, meno fragile di quanto le sue canzoni farebbero pensare, e l’impatto del live è fortissimo. Bastano ‘Sprained Ankle’ ed ‘Everybody Does’ per animare un pubblico partecipe ma composto: il sing-along c’è, ma la voce calda e dolcissima della Baker svetta senza difficoltà. Con ‘Shadowboxing’, primo brano da ‘Turn Out The Lights’, si nota la tendenza a uniformare gli arrangiamenti sul modello dei brani di ‘Sprained Ankle’, nonostante la prima apparizione del violino di Camille Faulkner. Il risultato, comunque, non cambia e, anzi, il pathos continua a crescere, minuto dopo minuto. Il climax conosce la sua vetta, probabilmente, durante la struggente ed essenziale ‘Sour Breath’, preceduta da una soffertissima ‘Rejoice’. Il live si esaurisce definitivamente con ‘Appointments’, durante la quale torna forte il sing-along del corposo pubblico dell’Ohibò. Quello di Julien Baker è un sad folk che, a onor del vero, non ha qualcosa di straordinariamente originale rispetto a quello di molti altri colleghi, ma tant’è: la vera forza della cantautrice sta nella sua capacità di mettersi a nudo e arrivare dritta al cuore, nella sua vena poetica intrisa di spleen e spiritualità, di esperienze difficili, di vita vissuta, di depressione e rinascita. Non c’è nulla di lamentarsi, allora, per l’ora scarsa di live, la cui intensità, figlia di un lirismo violento e catartico, è stata quasi insostenibile.

Piergiuseppe Lippolis