Julian Cope @ Circolo degli Artisti [Roma, 12/Ottobre/2009]

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L’amore per la storia il piccolo Julian David l’avrà sicuramente preso dall’aria di Claerphilly. Vicino il sobborgo di Deri, nel sud del Galles, dove nasce (quasi) 52 anni fa. Una delle solite città buco di culo, in mezzo al verde, famosa per il formaggio omonimo e per uno dei più grandi castelli dell’Europa occidentale. Julian David. Ben presto “trasferito” a Tamworth nello Staffordshire, le midlands inglesi. Liverpool ed il college Higher Education. Julian David. Che a 20 anni, siamo nel maggio 1977, entra come bassista nei vita-brevissima (un mese!) Crucial Three. Ian McCulloch ha 18 anni. Pete Wylie 19. Tre ego(centrici) spiccatissimi che non possono pensare di continuare assieme. Il punk arde ancora nelle strade inglesi. La psichedelia può attendere. Julian David e Pete Wylie formano The Nova Mob, assieme a Budgie futuro batterista dei Banshees di Siouxsie. Ma un disastroso show all’Eric pone fine al progetto (per fortuna, almeno, stamparono una T-shirt della band). Julian David non si dà per vinto (Wylie darà vita ai Wah! e alle successive duecento incarnazioni). Comincia il prurito sperimentale. The Hungry Tapes prima e gli Uh? subito dopo, ancora una volta assieme a McCulloch e all’amico di scuola di quest’ultimo Dave Pickett. McCulloch non ha pace. Dopo un solo concerto è di nuovo fuori. Ma c’è tempo per un’ultima band accanto a Cope, si chiama A Shallow Madness (siamo ancora nel 1978!), praticamente i futuri Teardrop Explodes con l’aggiunta di McCulloch. La storia è quindi nota. Tre album in piena neo-psichedelia. I tormenti assorbiti dalle cupe litanìe di Scott Walker e dal “solito” Jim Morrison (andate a sentire come cantava Ian Astbury nei Southern Death Cult e Pete Burns nei Nightmares In Wax), sfogati arrampicato su quella particolare asta del microfono fatta a “scalini”. Ma a Julian David non basta. Torna a rifugiarsi fuori dai rumori della grande città. Drayton Bassett nello Staffordshire, vicino la “sua” Tamworth. Sposa l’americana Dorian Beslity, che all’inizio degli anni ’90 gli darà i figli Albany (1991) e Avalon (1994). In mezzo c’è una vita da raccontare.

Quella che plasma e trasforma il giovane Julian David nel guru Julian Cope. Che inizia vent’anni fa quando si unisce alla marcia contro la Poll Tax thatcheriana che “viaggia” da Brixton a Trafalgar Square. Protesta veemente che libera pubblicando ‘Peggy Suicide’. Oppure quando fa uscire l’album ‘Droolian’ come parte della campagna per la liberazione dal carcere di Roky Erickson. Poi il big-bang con il kraut rock. Ammaliato, affascinato, rapito. ‘Jehovakill’ parla chiaro. Sembra di sentire i Can che flirtano nel cosmo con i Faust. Mentre passa dalla Island alla Echo/Def American. Il progetto Queen Elizabeth, l’illuminante libro “Krautrocksampler”, colleziona libri antichi, lancia il sito Head Heritage, si dedica allo studio della preistoria e dei megaliti, libera gli abrasivi Brain Donor, racconta il rock giapponese in un altro splendido libro, si frantuma i denti anteriori in un recente incidente stradale, ritorna discograficamente attivo e presente, ritorna live. Arriva a Roma.

Con appresso la pioggia della sua terra. Il freddo tagliente di un autunno ormai insistente alle porte. L’età media dei convenuti molto alta. Un bene. Non ci sarà fortunatamente il chiacchiericcio da conventicola che ultimamente sembra aver irrimediabilmente contagiato mezza popolazione filo-musicale. Quando sono sul palco i Father Murphy (due anni dopo il concerto all’Init – leggi) la sala è ancora mezza vuota. L’inferno viscerale dipinto dal trio trevigiano rimane intatto nel tempo. Litanianti. Ferali. Scandiscono il tempo attraverso una personalissima visione sonora. Destabilizzanti. Opprimenti.

Intorno alle 22 Julian Cope viene annunciato dal fido roadie come “Mr. Julian H”. E’ solo. Tastiera, piano, chitarra acustica/elettrica. Alto, in forma, occhiali scuri, cappello militare da colonnello di un qualche esercito “caduto”, giubbotto di pelle senza maniche di una taglia più grande. Già visto così, un magnete. Attrazione fatale. Gli dispiace per il tempo ma racconta che in Sardegna (da dove arriva, dopo essersi esibito a Cagliari al Teatro Civico) c’era la pioggia torrenziale. E proprio i rumori della pioggia e del vento saranno la base registrata che utilizzerà spesso durante il lungo concerto. Quasi due ore di mirabilia. Con infinita classe. Con innato talento. Con estrema giovialità. Con incredibile fascino. Un gigante. Capace di attraversare trasversalmente trenta anni di carriera, con un semplice sorriso, con un semplice cambio di strumento, come fosse un provetto Fregoli. “Religion is bad”. Ma la nuova religione, il capitalismo, dice, è peggio. La partenza è praticamente combat folk. Canzone di protesta. Dopo tre brani passa alla tastierina. Un brivido la sorpresa di ascoltare canzoni dei Teardrop Explodes. Ogni pezzo viene introdotto, commentato, quasi datato. Le versioni scarnificate del quartetto liverpooliano mantengono l’alone psych del periodo, ma con l’aggiunta di quell’oscurità ed essenzialità senza eguali. Quando le lancette dell’orologio vengono spedite all’indietro, il fantasma di Jim Morrison si manifesta in tutta la sua statura. La voce di Cope è profonda.

Si siede al piano ed esordisce con un brano da ‘Fried’. I primi fantastici anni ’80 solisti. Ancora Teardrop Explodes. Poi la chitarra acustica con cui raggiunge l’acme dell’esibizione. Una parte del pubblico lo scambia per un juke box vintage, cominciano a volare richieste insistenti, lui con estrema gentilezza avanza a bordo palco e accetta una richiesta. Sceglie ‘Pristeen’ dal fondamentale spartiacque ‘Peggy Suicide’. E’ una versione “loureediana” periodo terzo VU. Enorme. Ha i brani della scaletta scritti sul dorso delle chitarre. Sorride, scherza, si prende gli applausi. Nella sconfinata produzione riesco a posizionare ‘Out Of My Mind On Dope And Speed’ nel sottovalutato ‘Skellington’ del 1990. Quello sulla piccola label Zippo, quello con l’inquietante copertina del suo volto trasfigurato. Personalmente provo commozione quando annuncia una canzone molto vecchia. Prova a contare gli anni. Poi rinuncia, introducendola come uno di quei brani scritti quando era viva la correlazione tra Teardrop Explodes ed Echo & The Bunnymen. Non scende nei particolari. Ma arriva la magnifica ‘Books’ (scritta da Cope e McCulloch, quindi Crucial Three) che vedrà la luce nel primo album dei Teardrop Explodes e in quello degli Echo & The Bunnymen ma con il titolo ‘Read It In Books’. Ed è proprio così che viene lanciata. Siamo nel 1978 ma la grandezza di Cope fa si che mantenga una freschezza invidiabile. Dal mio preferito ‘Jehovakill’ viene pescata e proposta una discreta quantità di materia prima. Fra cui la splendida e trascinante ‘Up-Wards At 45°’. Scaletta stravolta e in alcuni frangenti totalmente improvvisata. Il finale lo vede alle prese con una sontuosa, attraente cover di ‘Why Are We Sleeping?’ dei monumentali Soft Machine. Prima della quale ricorda come nella Liverpool di quegli anni, la psichedelia avesse tanto seguito quanto le droghe.

L’ultimo brano viene letteralmente “sbandierato” dal roadie, che afferra la bandiera rosso/nera fin lì adagiata sulla tastiera, per un ultimo atto di estremo rapimento. Julian Cope è ora sciamano. E’ ora padrone del palco. Fantastico nel saper tenere testa in solitaria, per quasi 120 minuti, ad un pubblico attento e preparatissimo. Fantastico nel confermare la propria (umile) grandezza. La propria superiorità. Julian David Cope è la storia. Quella che conta. E non c’è autunno che tenga.

Emanuele Tamagnini