Julian Casablancas + The Voidz @ Bolognetti Rocks [Bologna, 9/Giugno/2015]

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E’ stato difficile. Cosa? Un sacco di cose… Difficile dare fiducia a Julian Casablancas dopo quello che si era letto sul conto suo e dei Voidz riguardo l’esibizione al Primavera Sound. Difficile capire da dove arrivi il sold out di quest’unica data italiana, infrasettimanale oltretutto, quindi dove finisca l’amore per gli Strokes ed inizi davvero l’apprezzamento per il nuovo progetto da solista del frontman newyorchese. Difficile è capire i pezzi di ‘Tyranny’, che necessita di diversi ascolti e non è detto nemmeno che alla fine bastino. Difficile immaginare una resa decente a quel coacervo di suoni artefatti, rumori campionati, ritmiche psicotiche e la voce di Casablancas, che notoriamente punta più sulla particolarità che non sulla qualità ed è spinta, in alcuni casi all’estremo delle sue capacità. Alla fine invece la cosa più difficile si è rivelata non lasciarsi trascinare dalla situazione, che ha visto ribaltati tutti i pronostici sia sopra che sotto al palco. Per carità, mettiamo subito le cose in chiaro, perché non voglio nascondermi dietro un dito, io che vi racconto sono un estimatore degli Strokes, ma questo non significa che prenda per oro colato tutto quello che arrivi da quel fronte ed infatti le mie aspettative erano piuttosto basse, specialmente per quanto riguardava la resa del sound ricercatissimo del disco e sulla forma di Julian. Invece mi sono dovuto ricredere.

Probabilmente l’amore per gli Strokes e per Julian è una condizione essenziale affinché la macchina giri, però qui la gente ha cantato tutto, non solo ‘Ize Of The World’, unico brano tratto dal repertorio Strokes in scaletta. Pezzi agli antipodi di quello comunemente definito come “easy-listening” che i più dimostrano di conoscere a memoria con un entusiasmo lontano anni luce da quello visto al concerto di Albert Hammond Jr ad esempio, in cui l’impressione predominante che ebbi fu quella di un atto di presenza dovuto, per rendere onore alla sua militanza nel quintetto americano, ultimo vero portabandiera del genere volgarmente definito indie-rock. La perfetta acustica ha messo in evidenza in primis le qualità dei Voidz, probabilmente la band peggio vestita della storia, ma che sul palco si fa rispettare, capitanata da Jeramy “Beardo” Gritter, un uomo tanto antiestetico quanto efficace e preciso con la chitarra, che non sbaglia una nota e ripropone con una fedeltà pressoché totale il sound del disco. Beardo rappresenta la non appartenenza dei Voidz allo status di band di appoggio, di pallidi turnisti, lui in particolare con il suo essere… sì, un soggetto con movenze sul palco da consumato guitar-hero, che si prende spesso gli applausi e gli incitamenti del pubblico, rubando all’occorrenza anche la scena allo stesso Casablancas, notoriamente più schivo e meno incline a gesti enfatici. Il vero scoop piuttosto riguarda la forma fisica dell’ex-leader degli Strokes, che dalle foto più recenti sembrava visibilmente appesantito e che invece si rivela non più di un “falso grasso”. Tutta colpa delle guance grosse, le magliette larghe e la postura china. Sui capelli, indifendibili, meglio sorvolare invece…!  La compattezza di Julian e dei Voidz arriva diretta e precisa, con una scaletta breve, ma intensa, composta sostanzialmente da quasi tutti i brani di ‘Tyranny’ (purtroppo però tra le poche escluse c’era la ottima ‘Johan Von Bronx’) più la sopracitata ‘Ize Of The World’ degli Strokes e la struggente ‘River Of Brakelights’, unica estratta dal primo, oramai praticamente disdegnato, lavoro da solista di Casablancas, la sola del resto che abbia un sound vicino alle nuove sonorità firmate Voidz. Dall’apertura con ‘Nintendo Blood’, fino alla chiusura con ‘Dare I Care’, il ritmo è stato quasi sempre sostenuto, con picchi di entusiasmo e pogo registrati ai livelli più elevati su ‘M.utually A.ssured D.estruction’, ‘Business Dog’, ma soprattutto ‘Where No Eagles Fly’, con il suo piglio space-punk, e ovviamente ‘Ize Of The World’. Al momento dei bis è avvenuta forse la scelta più audace, se fosse partito un altro pezzo degli Strokes probabilmente le mura del Bolognetti sarebbero crollate, che si fosse trattato della blanda ‘I’ll Try Anything Once’ o della più coinvolgente e veloce ‘Vision Of Division’, presenti in alcune recenti setlist. Invece la scelta è ricaduta su ‘Human Sadness’, brano molto introspettivo della durata di 11 minuti, ma premiato dal pubblico con un’attenzione ai limiti dell’ipnosi prima del tripudio finale e dei saluti di rito.

Un set che comunque non si presta a situazioni troppo ampie e dispersive come possono essere i festival, in quanto l’impegno richiesto dal nuovo corso del musicista 36enne e della sua band, necessita di un ambiente più circoscritto e dotato di un’acustica ottima. Dà da pensare la differenza tra il suo esordio live da solista in Italia, risalente al luglio 2010 a supporto di un album, ‘Phrazes For The Young’, molto molto più orecchiabile, ma che si rivelò un flop a livello di affluenza, confrontato con il sold out e l’entusiasmo di quest’ultima data. Un ottimo risultato ed una bella rivincita per Casablancas, in serata di grazia anche con la voce, nel senso che ha preso un numero accettabile di stecche. Del resto chiunque si aspetti precisione e pulizia dalle sue performance canore evidentemente non conosce affatto lui né tutto quello che ha caratterizzato il suo stile fino ad oggi. Passione e cuore, cuore il più delle volte gettato oltre l’ostacolo insieme a polmoni e diaframma, lasciati in balia di loro stessi ed alle prese con acuti che raramente vengono centrati, ma che lo rendono il frontman caratteristico ed amato che è. Ottima interazione anche con il pubblico, Julian infatti scherza con i fan nelle prime file che gli mostrano cartelli e lo abbracciano quando si avvicina a loro, sventola una maglia del Bologna fresco di promozione in serie A e bacchetta i “responsabili” del crowd-surfing, dicendo di mandargli sul palco anche delle ragazze e non solo ragazzi. Questa disinvoltura e ritrovata euforia contrasta parecchio con il tenore della performance compassata e fredda degli Strokes vista al Primavera. Sembrerebbe abbastanza evidente agli occhi di tutti che si è chiusa un’era e che se ne sta aprendo un’altra, quella dei Voidz, un progetto con un potenziale creativo sconfinato, al contrario dei più celebri Strokes che oramai sembrano essere giunti inesorabilmente al capolinea ed a cui è arrivato il tempo di concedere l’onore delle armi.

Niccolò Matteucci
@MrNickMatt

Foto Luca Burzi