JuJu @ Trenta Formiche [Roma, 6/Febbraio/2018]

677

JuJu è l’attuale progetto del multistrumentista siciliano Gioele Valenti, già attivo in passato con l’alter ego solista Herself ed il duo pirotecnico dei Lay Llamas. Il nome scelto si riferisce ad un termine africano dal significato semantico ampio e trasversale, usato in magia per indicare amuleti ed oggetti rituali, o semplicemente specifiche invocazioni in alcuni cerimoniali religiosi. Non a caso la matrice psichedelica della band è pervasa da un profondo misticismo ascetico e tribale, oltre che da un’analisi delle diverse sfaccettature del rapporto tra l’individuo e la Madre Terra. L’esordio è nel 2016 con l’interessante album omonimo pubblicato dalla label statunitense Sunrise Ocean Bender, che affronta il tema della migrazione e della marginalità sociale, sottolineando tutta la devozione lisergica dell’artista palermitano. Qualcosa si muove e “Our Mother Was A Plant” esce a settembre dello scorso anno per la prestigiosa etichetta britannica di settore Fuzz Club. Questo disco vede la collaborazione in due brani con Capra Informis, il percussionista mascherato dei Goat e amplia di molto lo spettro musicale proposto senza snaturarlo. Lo psych ritmico classico di Valenti gode di una produzione migliore e crea un insieme coeso ed affascinante, colorandolo con elementi di afrobeat, krautrock, glam, post punk, art rock e drone music. Dal vivo la proposta emerge ancor di più, con un suono incisivo e muscolare ed un impatto decisamente maggiore. Lo scorso anno ne abbiamo sentito parlare molto bene dopo il Liverpool Psych Fest e ne siamo stati testimoni oculari nella prima serata del Rome Psych Fest. Stasera li accoglie un palco di dimensioni sicuramente minori, ma di buona tradizione e che vanta forse la migliore attualità capitolina in materia psych e garage. Il Trenta Formiche è il Cavern del Mandrione e la sua sala angusta, fumosa e viscerale, rappresenta la migliore espressione del fascino insondabile del rock.

Alle 23:30 la band sale sul palco. Mentre in studio Gioele Valenti fa praticamente tutto da solo, dal vivo si fa accompagnare da quattro concittadini musicisti, che conosce e stima da lunga data. Oltre a lui alla chitarra e voce, abbiamo: Simone Sfameli alla batteria, Vincenzo Schillaci al synth, effetti e seconda voce, Marco Monterosso alla seconda chitarra e Rodan Di Maria al basso. L’inizio del concerto è dedicato al disco d’esordio. “Samael” apre le danze così come apriva l’album, con uno psych rock accattivante, dotato di un cantato micidiale e belle sferzate acide. Sempre come nell’omonimo segue “We Spit On Yer Grave”. Un pop rock di matrice shoegaze, con voci riverberate, brio da vendere e un bell’uso del wah wah nel solo di chitarra. “Sunrise Ocean” continua il discorso della precedente, ma con un piglio garage e molta più acidità. “Stars And Sea” parte lenta e si pregia dell’uso di tamburelli a sonagli effettati. Cresce avvolgente e sciamanica, per poi abbandonarsi ad una lunga coda desertica e sospesa, prima di esplodere in un finale semplicemente abrasivo. Applausi. “In A Ghetto” ci porta nel cuore del disco nuovo. Parte con un bel pattern di batteria, mentre il tastierista si diletta a percuotere il pad elettronico. Lo strumming incisivo delle chitarre crea un bel tiro glam, ma supportando delle voci dark wave filtrate. Quindi torna tribale come in partenza, con i chitarristi di nuovo alle prese con le mezzelune a sonagli. “And Play A Game” sfoggia una base ritmica solida, che guida un andamento post punk di derivazione dance, con contrappunti di synth e chitarre acide. “James Dean” parte con un riffone stoner, che si abbandona presto ad una cadenza quasi grunge, ma con un’accezione più psych che metal. “Patrick” si muove di nuovo in territori lisergici a confine con post punk e dark wave, coinvolgendoci con un coro interessante e delle chitarre distorte a dovere. “Bring ‘Em War” ci riporta all’esordio e si snoda in un brano veloce ma dall’atmosfera cupa, con percussioni afro e tono marziale. Un mantra ipnotico come un sabba sacrificale, che si risolve in una danza liberatoria stile Goat. Il concerto sembra chiudersi qui, ma c’è tempo ancora per un bis richiesto dal pubblico. “Lost” inizia lento con un bel lavoro del batterista sulle percussioni elettroniche, suonate ottenendo l’effetto di un vibrafono. Il tempo di crescere mantenendo un’andatura sostenuta, per poi rallentare e lasciare entrare la voce, come fosse un sospiro accentuato. A questo punto il brano si apre e decolla in un viaggio acido ed evocativo. Il cantato a due voci sovrapposte è scuro e protratto, mentre emerge un bel solo distorto di chitarra. Sessantacinque minuti d’energia racchiusa in un set psichedelico dal suono corposo e graffiante, ricco di fuzz e distorsioni. Un set in cui la melodia funziona particolarmente bene e le voci riverberate e spesso doppiate si inseriscono perfettamente nell’insieme. Una gran bella certezza nel panorama della famigerata psichedelia occulta italiana. Ed ora tutti in pista, guidati dalla verve contagiosa di Dj Shabaz.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore