Josh T. Pearson + Scott Matthew @ Teatro Martinitt [Milano, 14/Novembre/2011]

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La visione di un cartello pubblicitario in una pensilina della fermata di un autobus, con l’immagine di un coniglio che dice “E chi l’ha detto che Milano è sempre grigia?” dà un po’ la cifra della giornata. Un nebbiun’ che si taglia con una sega circolare. Con queste belle premesse, mi accingo ad attraversare da capo a capo la città per arrivare al Teatro Martinitt, in un anonimo angolo della zona est milanese. Gli ultimi metri sono pienamente classificabili come brughiera scozzese, solo con un ridente paesaggio residenziale-industriale a fare da sfondo. Avete presente la scena dell’agguato in piena brughiera, appunto, in ‘Un Lupo Mannaro Americano a Londra’? Beh, siamo più o meno lì, a parte l’asfalto. Finché, quasi inaspettatamente, si erge sulla sinistra la mole del teatro, una cattedrale nel deserto, con un Esselunga alla sua destra e il nulla intorno. La lunga traversata fa sì che lo spettacolo di Scott Matthew, che era il principale motivo del mio arrivo, fosse purtroppo già iniziato. Mi siedo che è in corso il quarto brano, presumo del nuovo ‘Gallantry’s Favorite Son’. Non è chiaramente cambiato molto dall’ultima volta che l’ho visto, un annetto fa a Roma. Ed è proprio la città eterna che cita l’australiano, per introdurre la nuova ‘Sinking’, nata in seguito a una relazione avuta con un ragazzo spagnolo nella capitale. È lo Scott Matthew di sempre: romantico, ingenuo, sentimentale ed enfatico, ma che non può non suscitarti una qualche simpatia, anche grazie all’allegria contagiosa, che fa capolino a ogni pausa tra un brano e l’altro, contrapponendosi alla maggior compostezza della sua band (Sam Taylor, chitarra, violoncello e voce, ed Eugene Lemcio, basso e piano). Matthew, vestito esattamente con lo stesso gilet dell’ultimo concerto, presenta un altro brano del nuovo album, ‘Buried Alive’, cui segue ‘Sweet Kiss In The Afterlife’, esempio della componente più bucolica della musica dell’artista di stanza a New York. A seguire, la ninna nanna disarmata della più datata ‘Friends And Foes’ e ‘The End’, con il violoncello a supplire la mancanza dei fiati. Non è facile descrivere il suo concerto, dato che è la sua voce, molto spesso, a reggere il peso delle composizioni e a dar loro un senso compiuto. Non teme la ridondanza, e punta tutto sulle potenzialità ammalianti della sua voce, con la musica che adorna ma non descrive, e si limita a suggerire. Il breve interludio tra uscita e nuovo ingresso dell’artista porta alla prima encore e ultimo brano, la nuova di zecca ‘Palace Of Tears’, ispirata a un edificio di Berlino, poeticamente chiamato Tränenpalast.

Il primo nome sul cartellone si lascia attendere un po’. Soprattutto quando tutte le luci del sobrio Martinitt sono ormai spente ed è solo l’occhio di bue verticale puntato sul microfono a illuminare la sala e a generare un chiaro senso di attesa. Finalmente viene fuori. Josh T. Pearson ha l’aspetto di un vero predicatore dell’America profonda. Il suo arrivo ha il pregio di cambiare le carte in tavola. Capisco che ad alcuni possa risultare molto profondo e struggente, ma personalmente, complice forse anche la non sufficiente comprensione di quanto declama nelle sue canzoni, l’ho trovato alquanto noioso. D’altronde, non trovo strano che un artista così possa suscitare reazioni diversissime e opposte tra di loro. Il suo è un country scarno e basilare basato su un rapido fingerpicking, spesso e volentieri sulla stessa manciata di accordi e con il barré posto ostinatamente sul terzo tasto. Brani che potrebbero essere uno il proseguimento e la fotocopia dell’altro, sui quali la voce potente ma lamentosa di Pearson finisce per fungere da inattesa sveglia per alcuni che, ormai sulla rotta di un bel pisolino, cominciano a far oscillare la testa su e giù e, proprio sul punto di raggiungere col mento la fatidica meta dello sterno, arriva l’ondata di oscillazioni canore a darti un leggiadro uppercut e ti riporta su. Il cantante, armato di sola chitarra e una certa, ripetitiva ironia, gioca sul contrasto forte/alto di voce e chitarra e su testi sicuramente personali e travagliati (particolarmente riusciti, nonostante tutto, sono alcuni passaggi in cui la voce rasenta il silenzio). Forse per questo motivo non è l’ideale arrivare a scoprirlo così, sul palco, senza (magari colpevolmente, direte) sapere niente delle sue tematiche. Ma certo, la voglia di rivederlo dal vivo e di ascoltarmi per bene il suo disco in silenzio, a casa, non me l’ha lasciata. E sembra non solo a me. Già, nell’intervallo tra primo e secondo brano, spuntano le prime defezioni.

Approfittando del comodo schermo offerto dagli applausi, la gente comincia ad abbandonare la nave alla spicciolata. Nel frattempo, tra un brano e l’altro, Josh T. Pearson inizia un altro spettacolo parallelo, fatto di battute e ironie varie, tra le quali inanella qualche colpo azzeccato (mentre accorda la chitarra prima di iniziare, dice “This song is called ‘Tuning’…here’s the bridge…” e via così: battuta scema, ma che fa breccia e fa ridere) in un mare di schernimento sulla situazione italiana e sugli stereotipi che ci affliggono agli occhi stranieri. Il cantautore ripete più e più volte, quasi allo sfinimento, “Ciao bella”, “come va”, “Berlusconi” e via andare, intrattenendosi spesso con il pubblico e ironizzando anche sulla nostra scarsa comprensione dell’inglese (anche se non si parla propriamente di un accento British…). E il gioco va avanti parecchio, tra una canzone e l’altra: non so se per il nervosismo dovuto alla scarsa risposta del pubblico o per un suo normale modus faciendi. L’esibizione si conclude, dopo un non molto convinto invito a ricomparire sul palco, con un rifacimento dello spiritual ‘Rivers Of Babylon’. Da quel che leggo su varie fonti dopo esser tornato a casa, vedo che Pearson è acclamato e addirittura venerato da molti. Scopro oltretutto che vanta collaborazioni con Warren Ellis. Sarà, ma a me non ha lasciato granché. E dire che i Dirty Three sono tra i miei gruppi preferiti…

Eugenio Zazzara

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