Josh T. Pearson @ Monk [Roma, 30/Ottobre/2015]

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Il ritorno dal vivo del texano Joshua Timothy Pearson è stata una sorpresa assoluta: sono trascorsi quattro anni dal concerto al Circolo degli Artisti che seguiva la release del suo primo vero album, quel capolavoro di ‘The Last Of The Country Gentlemen’ ed ero davvero arrivato a chiedermi che fine avesse fatto. Pochi mesi fa ebbi modo di informarmi su di lui, se fosse al lavoro su nuova musica: la risposta fu secca, Josh doveva prima battere e vincere i demoni che lo insidiavano e il tono non sembrava lasciare speranze, almeno per l’immediato futuro. Per questo non mi sarei aspettato di rivederlo in scena dopo così breve tempo. Un modo per riprendere confidenza non solo con il palco e col pubblico ma con se stesso in primis, un processo di evoluzione e rivoluzione graduale a cominciare dall’aspetto, con l’addio alla lunga barba e alla mise che lo faceva apparire come un reduce della Guerra di Secessione mentre ora sembra davvero l’ultimo gentiluomo del Sud. Insomma, un tour rilassato, un banco di prova, nessun disco in promozione ma le novità non sono mancate. La sala del Monk per l’occasione viene trasformata in un posto più raccolto, con le poltroncine rosse disposte in fila in modo da poter godere della performance da seduti e in silenzio, Josh esordisce sul palco per presentare Calvin Le Baron, un lungagnone alla primissima esperienza in Europa in perfetta tenuta da cowboy e con tanto di vistoso crocifisso al collo. Inizia con un falsetto che spiazza ma ha una gola che può fare da strumento a sé e si accompagna solo con una chitarra arpeggiata. L’emozione lo tradisce un paio di volte, la voce è un ossimoro, angelica, quasi da fanciullino a volte, e il falsetto stesso risulta un po’ indigesto ma la sua proposta, epigona di quella dello stesso Pearson, è valida. Lo incontro casualmente dopo il suo set, mi chiede più volte se mi sia piaciuto davvero, una conferma sulla bonaria ingenuità di questo ragazzo che canta “dreams will never die” e che Pearson stesso ha convinto e  sradicato dal natio Texas per proporre musica a platee diverse dalle Chiese. Perché fede, gloria al Divino, demoni, tormenti, amore e lacrime saranno i temi della serata. Pearson stesso ha la croce sulla fascia per la chitarra che, complice la poca luce che lo illumina sul palco, sembra una stola sacerdotale ed è appropriata per il figlio di un predicatore. Spiega come si svolgerà il suo set e, piano piano, scopre le sue carte: arriva già in fondo al cuore con la solitudine di ‘Thou Art Loose’ e la disperazione di ‘Woman, when I’ve raised hell’, due brani che bastano già a riportare l’attenzione su quella voce davvero in bilico tra luce e oscurità e il pensiero di trovarmi davanti  a qualcosa di molto simile a ciò che pochi fortunati avranno potuto vedere ai tempi di un certo Nick Drake mi assale. Poi Pearson richiama sul palco Le Baron e introduce ufficialmente quello che è il progetto su cui sta lavorando ora: il duo ‘The Two Witnesses – Gospel Singers’ come si può leggere su un cartello disposto per l’occasione, completato dalla scritta 666 sopra la sagoma dell’ennesima croce, un modo per ricordare quanto Pearson sia pure dotato di una gustosa ironia: “Maybe Italians can’t realize how funny I am” dice già all’inizio della serata, dopo aver sciorinato poi diverse parole in italiano. Ed ecco che il duo si lancia in interpretazioni di classici gospel e in un intreccio di armonie vocali  e chitarre acustiche appena sfiorate da lacrime, un risultato che va ben al di là della somma dei singoli fattori: le premesse per un album che possa davvero riportare l’interesse attorno a Pearson, meritato alla luce del credito maturato con il primo LP, ci sono tutte. Il pubblico chiede ancora bis, una ragazza invoca ‘Honeymoon’s great’, Josh innocentemente confessa di non averla più eseguita dai tempi del primo tour dell’album ma promette che la ripescherà alla prossima occasione. Invece, quale modo migliore di chiudere la serata, unire gloria al Signore e strappare qualche risata se non riproporre il classico ‘I Will Follow Him’, reso immortale da Whoopi Goldberg in ‘Sister Act’? Non posso che raggiungerlo per il concerto e fargli i complimenti, non sembra soddisfatto, pensa che il pubblico forse non abbia apprezzato per via del troppo silenzio in sala, gli spiego che è quasi un miracolo invece. La domanda più singolare la pone Calvin a me: “Non trovi ci fosse troppo… Gesù?”. Non trovo di meglio da dire se non che là fuori c’è una (grande) band nota anche per i testi violenti recitati da un cantante cristiano credente ma sto pur sempre parlando di un ragazzo il cui disco di esordio autoprodotto riporta in copertina una busto femminile nudo e si intitola ’36 24 36’ (ovvero il nostro ’90 60 90’). Pearson mi rivela anche di aver tanto in pentola, di voler riprendere a lavorare anche sui brani registrati anni fa, quando lo vidi in un incredibile set all’ATP in formato elettrico e con un batterista ad accompagnarlo, qualcosa di polveroso, lisergico e mesmerizzante al punto che potete immaginare quanto rimasi spiazzato, prima di farmi lentamente catturare, quando ascoltai ‘The Last Of Country Gentleman’ per la prima volta. Dovrebbe arrivare a breve anche una ristampa, mixata stavolta secondo i suoi dettami, di ‘The Texas Jerusalem Crossroads’, l’unico album dei Lift To Experience cioé la cult band che rivelò il suo talento al mondo. Combattili questi demoni, vincili o almeno impara a conviverci Josh, qui abbiamo bisogno di te.

Piero Apruzzese

Foto: Emanuele Pantano

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