Josh Rouse @ Casa Argileto [Roma, 15/Luglio/2018]

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Difficile dire quante volte abbia pigiato il tasto “repeat” del lettore CD mentre andava su e giù ‘1972’ e difficile dire con quanta curiosità cinque anni prima (1998) mi ero avvicinato al debutto ‘Dressed Up Like Nebraska’. Perchè proprio da Oshkosh nel Nebraska arriva Josh Rouse, 46enne cantautore di razza, che ha passato gran parte della sua vita a girovagare seguendo l’attività militare del padre, incidendo sulla pelle un’esperienza fondamentale che non ha placato la sua smania di cercare, di osservare, di scrivere. Nashville agli inizi del nuovo millennio, diventa anche un disco, folk pop di grande classe e gusto che contraddistinguerà tutta la sua ancor giovane carriera. Un relazione da lasciarsi alle spalle e altre storie da narrare. Rouse si trasferisce in Spagna nella piccola città di mare di Puerto de Santa Maria a un tiro di schioppo da Cadice. L’amore ritrovato ha il nome di Paz Suay, sentimento, unione che viene sublimata con l’EP condiviso ‘She’s Spanish, I’m American’. Qualche anno fa un passaggio a vuoto, la depressione, la terapia, un nuovo inizio, anche due figli. Il sapore si fa più vicino al flavour britannico di metà anni ’80, non è difficile ritrovare nelle ultime produzioni (‘Love in the Modern Age’ è ancora fresco di stampa) chiari “omaggi” a Paddy McAloon (gigante assoluto) piuttosto che a Paul Buchanan (il profumo di quella Scozia).

Dopo Brescia e prima di Ravenna Josh Rouse si ferma per la prima volta nella città eterna. Per ammirarla da un punto d’osservazione estremamente speciale come quello della terrazza di Casa Argileto, primo appuntamento delle Terrace Session di Unplugged In Monti. Una raffinata versione estiva degli apprezzatissimi appuntamenti del Blackmarket, sinonimo di qualità e tanta cura dei particolari (rarità quaggiù da queste logorate parti). Lo scorcio è di quelli che tolgono il fiato, la poesia e la vita dei tetti romani quasi a venerare l’imponenza bianca della Mole del Vittoriano. Profumi e rumori e luci che via via lasceranno il posto alla chitarra di Rouse. Che arriva quasi in punta di piedi, quasi spaesato, certamente divertito dopo aver rotto il ghiaccio. “My name is Josh…” dà il via a circa un’ora di elegante e sentito set acustico, ammantato dalla calda voce del songwriter, a ripercorrere quasi tutte le tappe fondamentali di un eccellente passato artistico. Sorseggia un gin tonic, mastica un chewing gum, qualche battuta e qualche sorriso, mentre gli occhi si fanno a volte malinconici e l’intensità dei brani (soprattutto nella prima parte) colpisce e stringe il cuore. Poi un break con un paio di omaggi a Church e Smiths. Chiede se c’è qualche richiesta particolare, ne esaudisce un paio e vola verso il finale dove spicca una commovente ‘Sad Eyes’. Rientra ancora per un ultimo pezzo, saluta e sparisce timidamente proprio come era entrato. Cantautore gentile, sensibile, di una generazione che è forse stata l’ultima. Rimaniamo un po’ sospesi, incantati. Ma sempre innamorati.

Emanuele Tamagnini

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