Josephine Foster + Marissa Nadler @ Init [Roma, 14/Maggio/2009]

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Non era troppo tempo fa quando, fra le pagine sempre aggiornate di Nerds Attack!, dedicai una delle mie pozioni [che nessuno ricorda, giustamente] a tre esemplari femminili di estrazione folk. Due di queste erano proprio Josephine Foster e Marissa Nadler che ritrovo, dopo qualche anno, assieme in una serata barbiturica e fosca, ove non molti saranno a mio parere i frammenti di esaltante interesse. E’ già nel bel mezzo della performance Marissa Nadler, un ibrido perfetto tra la silent movie star Theda Bara e la Romina Power degli esordi, con la sua espressione tra il serafico e il drammatico, quasi ellenica, una sacerdotessa boschiva, imbozzolata nella naïveté del capello sciolto e lungo e nell’abito hippie molto free spirit [peace]. Prevedibile ma perché no accettabile corrispondenza stilistica tra aspetto e genere, habitat musicale e look. Una compattezza e una modulazione vocale vicina al colore di Hope Sandoval, una linea pulita e un andamento fluido. La ritrovo provvista di ispessimento ritmico e strumentale, meno smunto ed essenziale rispetto ai primi lavori in cui, forse perché ancora misconosciuta, non si avvaleva delle collaborazioni di prestigio di oggi. La ritrovo virare verso territori più contaminati e siderali, sollecitare una nervatura più dream-folk e divergere dalla quella più modesta e sobria del principio. Presto però mi accorgo di come la suggestiva nerezza della scrittura lirica d’insieme venga compromessa e imbarocchita da un esasperato abuso di artificiosi “oh ohhh oh oh”, un dirupo emotivo di nostalgia enfatizzata, meno profondo di ciò che sembra, lievemente falsato anche da un’inclinazione alla ripetività. Ciò detto la tessitura celestiale unita a una buona presenza scenica fa di lei un’artista capace di catturare l’attenzione, di impagliare anche il più disattento. E non è cosa da poco alla mia seconda esperienza dal vivo con la Nadler.

Sapevo già che imbattersi in Josephine Foster in orari notturni non sarebbe stato un esercizio d’ascolto semplice. Non si può fare e non sarò la sola a pensarla così visto che vedo nebulizzata una buona metà degli spettatori. O forse erano tutti lì per Morticia Nadler? Fortuna che durante il cambio palco, sopraggiunta dalla dolcissima voce di Sibylle Baier, dall’eleganza e dalla leggerezza di un brano come ‘Tonight’ e poi da una riuscitissima cover acusticizzata di ‘Say, Say, Say’ [che tanto un bel brano non è] di artista non pervenuta, riesco a non smorzare la fiammella della concentrazione. Entra Josephine Foster timidamente, struccata e con un’acconciatura casalinga, si siede al piano, regala un “Good evening” [è mezzanotte passata, sai], comincia a gorgheggiare. Funerea e ipnotica, teatrale ugola rancida e irregolare, una batteria nevrotica e potente, picchiettata da Tom Sawyer, contrasta una chitarra elettrica lì a sopperire le nodosità del cantato della Foster, tra il teatrale e lo sciamanico, tra il primitivo e lo sperimentale. Difficile districare le maglie di questo composto, seguire melodie lievemente ritorte e allucinate, sebbene nei momenti di picco in cui tutto si incastra alla perfezione ci sia un’ottima resa dinamica, come quando propone ‘Lullaby To All’. Canta meno della Nadler, ma e pur sempre l’una passata, si fatica a starle dietro completamente, a lasciarsi condurre tra le asperità di questo antico, radical folk, “freak” come lo etichettaneo in tanti, grezzo e al contempo sperimentale. Buona… notte. Fonda.

Marianna Notarangelo

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