Joseph Arthur @ Init [Roma, 29/Ottobre/2013]

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“Il buongiorno si vede dal mattino” diceva l’antico adagio, ma non sempre il buongiorno è gradito come si desidererebbe. La calata romana di Joseph Arthur, infatti, non è stata propiziata dai migliori auspici, visto che a 24 ore dal concerto è stata dichiarata l’inagibilità del The Place, venue inizialmente prevista per ospitare lo show del cantautore americano. Fortunatamente, nonostante le voci iniziali di annullamento, l’organizzazione è riuscita a trovare con rapidità un nuovo locale disposto ad accogliere il talento di Akron, Ohio. A posteriori, l’INIT si è rivelato un’ottima soluzione e quasi ci si scorda delle vicissitudini precedenti allo show, vista anche la qualità di ciò a cui abbiamo assistito e l’atmosfera intima creatasi nel locale di Via Della Stazione Tuscolana, ai piedi dell’acquedotto romano. Molta la curiosità nei confronti del concerto di Joseph Arthur, artista poliedrico ed iperattivo che in poco più di 15 anni di carriera ha accumulato un repertorio sterminato di brani ed una quantità spropositata di collaborazioni (a partire dalla prima, fondamentale per il lancio della sua carriera, con Peter Gabriel). Per alcuni, però, resta ancora un eterno secondo, quantomeno nella sua generazione: un cantautore che non è mai riuscito a spiccare davvero il volo. Sarà, ma talento, fascino e riscontri al nostro ormai quarantenne artista non sono mai mancati. Arriviamo all’INIT in tempo per assistere all’esibizione di Renè Lopez, chitarrista newyorchese di origini portoricane (e italiane, a sua detta), accompagnato alle percussioni – un tom tamburellato sulla pelle con la mano e sul fusto con la spazzola – dal batterista Bill Bodrow, che molti ricorderanno all’opera per brevissimo tempo nei Black Crowes pre-reunion con Steve Gorman, nonché alle pelli nei lavori solisti di Rich Robinson (chitarrista dei Black Crowes, appunto). Una mezz’ora frizzante in cui i due musicisti si sbizzarriscono interagendo a più non posso e coinvolgendo attivamente i primi astanti, con pezzi che pescano a piene mani dalla tradizione folk e blues americane e un innegabile tocco latino. Più che ottima, poi, la voce di Lopez, per un’esibizione davvero godibile.

Il cambio palco dura nemmeno il tempo di una sigaretta: Joseph Arthur, attorniato dalle sue chitarre, si avvicina al microfono e attacca senza troppi convenevoli ‘Still Life Honey Rose’, tratta dall’ultimo recente lavoro in due atti ‘The Ballad Of Boogie Christ’, che ovviamente sarà tirato spessissimo in causa nel corso dell’esibizione. Sullo sfondo, una tela bianca poggiata su un cavalletto. Ad accompagnarlo, gli ormai noti Renè Lopez, stavolta al basso, e Bill Bodrow dietro la batteria. Il primo pezzo si rivela di fatto la scusa per assestare meglio i suoni in sala e sul palco, con Joseph intento a suggerire il volume tra un verso e l’altro delle strofe. Soddisfatto, saluta i presenti e sciorina altri brani tratti dall’Act 1 dell’ultimo album: la meravigliosa title-track (degna dei migliori crooner), ‘Saint Of Impossible Causes’, ‘I Used To Know How To Walk On The Water’ e ‘Black Flowers’. Il pubblico si mostra ben preparato sui pezzi nuovi e accompagna le parole di Joseph, la cui prova vocale e strumentale si dimostra scanzonata, estrosa, perennemente in bilico tra semplicità pop e verve più bluesy. Più volte, poi, il cantautore chiacchiera con i presenti, lanciandosi in improbabili gag e giochi di parole, incalzato dai fidi musicisti. Si scherza sull’altezza del palco, si ironizza sulla vendita delle magliette ammettendo che è ormai la principale fonte di introiti (dura la vita del music-business, vero Joseph?). L’atmosfera è intima, familiare, senza inibizioni. Si continua con l’opener del secondo atto di ‘The Ballad Of Boogie Christ’, ‘Blue Lights in the Rear View’, la quale mette ancora in mostra le doti compositive del nostro songwriter, abile davvero nel giostrarsi tra raffinatezza ed incisività. A questo punto Renè Lopez e Bill Bodrow lasciano da solo sul palco Joseph, il quale chiede suggerimenti al pubblico su come proseguire. La scelta cade sulla toccante ‘Speed Of Light’, brano che chiudeva il meraviglioso ‘Come To Where I’m From’: il silenzio in sala è assoluto e tutti pendono dalle labbra del nostro. Applausi per un Arthur visibilmente soddisfatto. Bill Bodrow fa quindi ritorno sullo stage, si siede sul tom e accompagna l’esecuzione di ‘I Miss The Zoo’, durante la quale Joseph registra in loop il giro di chitarra per poi lasciare lo strumento e cantare il pezzo mentre, con la mano libera, decora la tela bianca a sua disposizione (al banchetto, oltre a consueti t-shirt e dischi, saranno in vendita anche alcuni dipinti originali del cantautore). Non essendo Achille Bonito Oliva, Giulio Carlo Argan o Andrea Diprè preferiamo evitare di pronunciarci sull’opera finale. Abbandonati i pennelli e ripresa in mano la sei-corde, arriva finalmente il momento di ‘In The Sun’, sicuramente il brano più noto di Joseph Arthur insieme a quella ‘Honey And The Moon’ che invece resterà ignorata. Dalle parole di presentazione non traspare grande voglia di suonare il pezzo, ma ogni tanto il pubblico va accontentato e da questo punto di vista il nostro non si risparmia assolutamente, regalandoci un’esecuzione sublime. Si prosegue quindi con ‘Travel As Equals’ e ‘Chicago’, sulla quale Joseph si dedica con estrema intensità anche all’armonica. Si chiude, infine, con ‘Famous Friends Along The Coast’: “get yourself away from here, it’s over now”, ma l’epilogo è arrivato solo per finta. I tre musicisti, infatti, ringalluzziti dai presenti, fanno ritorno sul palco per alcuni bis finali: in primis l’ironica ‘Currency Of Love’, che apre l’ultimo disco, quindi, su richiesta di un fan, ‘Exhausted’, in una versione più veloce rispetto a quella in studio, per poi terminare con le recentissime ‘It’s Ok To Be Young/Gone’ e ‘I Am The Witness’. Una serata deliziosa in compagnia di un artista a tutto tondo, capace di reinterpretare con moderna originalità e infinita passione la tradizione folk americana. Ci ha promesso un ritorno italiano in primavera, speriamo sia la volta buona per vederlo all’opera più spesso dalle nostre parti.

Livio Ghilardi

Il commovente tributo di Arthur a Lou Reed (apri e scorri fino in fondo)