Jónsi @ Auditorium [Roma, 21/Luglio/2010]

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Esattemente due anni e nove giorni dopo Jón Þór Birgisson è protagonista di un nuovo atterraggio romano. Dall’incantato e irripetibile concerto dei Sigur Rós (leggi) il tempo sembra essersi irrimediabilmente fermato. Quasi 50 anni dopo il romanzo di Walter Trevis, Jónsi è un moderno “Uomo che Cadde sulla Terra”, il Thomas Jerome Newton apparso da un pianeta sconosciuto, in cerca di salvezza per il proprio popolo. Il 35enne di Reykjavík sembra avere le caratteristiche collimanti per essere avvicinato (con referenza e rispetto) all’autentico umanoide (nel film e forse in un’altra vita) David Bowie. Filiforme, algido, senza l’ausilio della vista nell’occhio destro, apertamente gay (con il compagno Alex Somers, autore di molti artwork dei Sigur Rós, è reduce dal progetto Jónsi & Alex che ha fruttato l’etereo ‘Riceboy Sleeps’ da cui saggeremo qualcosa stasera), vegetariano, vero ambasciatore di un’isola – sdoganata negli anni ’90 dal successo di Bjork –  che oggi oltre che con l’attività vulcanica deve combattere contro un inaspettato collasso economico.

Jónsi appartiene ai grandi del nostro tempo. Chi non ha mai assistito ad un’esperienza, perchè di esperienza si tratta, come quella della band madre difficilmente potrà comprendere l’enfasi e l’emozione di queste righe. L’eleganza, la maestosità, la forza evocativa, l’imponenza, la solennità di quella natura unica al mondo, tradotta e condotta meravigliosamente in un’altra dimensione. La dimensione del “rapimento” sensoriale. Da inguaribili romantici e impagabili sognatori, speriamo che la serata si risolva in un altro viaggio, in un altro saggio di bravura, in un’altra fiaba. ‘Go’ è l’album con il quale l’islandese si propone in questa insolita veste. Il retaggio classico lo ha affiancato, per gli arrangiamenti, al compositore Nico Muhly. E ‘Go’ ne risente positivamente andandosi a collocare, idealmente e senza scricchiolii, tra la discografia eccelsa dei Sigur Rós. Denso ed elaborato. A conferma delle nostre parole va infatti sottolineato che il tour è stato “progettato” dalla londinese Fifty Nine Productions attiva da anni nel mondo del teatro e dell’opera. In attesa che la famiglia torni presto a riunirsi, molti dei componenti dei Sigur Rós hanno avuto infatti dei bambini, Jónsi continua in “solitaria” la sua personale avventura, noncurante della lontananza da casa (i suoi 35 anni li ha compiuti in mezzo al nulla tra il Kansas e Minneapolis) e di quella nostalgia che s’avvinghia al cuore, che conosce solo chi è nato nella terra dei ghiacci. Jónsi, signore e signori.

La sempre più cinematografica cavea dell’Auditorium è un composto andirivieni di persone. Di qualsiasi età. Dai bambini prossimi al mondo dei sogni alla mezza età, dalla famiglia borghese alla popolazione di “appassionati”, dagli addetti ai lavori a coppie di giovani gaudenti, da ingegneri a luminari del marketing, da mamme a trepidanti fan. Il miracolo della musica di questo artista risiede proprio qui. Jónsi è ormai oltre. In breve tempo ha sedotto e lasciato alle spalle gli argini, le barriere di generi e settori. Jónsi è universale. E con questa aura si presenta sul palco puntualissimo mezz’ora dopo le ventuno. Il look post-atomico fatto di brandelli e frange lo accompagna nella sua fanciullesca magrezza. Alle spalle intanto si “accende” il bosco. Una foresta incantata che sarà alla “base” di tutta la rappresentazione. L’inizio è pura evocazione. Accompagnato dal batterista (multistrumentista come tutti, come sempre, come insegnano) si rannicchia idealmente al riparo dal freddo. Il primo contatto con gli umani. La scoperta degli animali, che alle spalle compaiono fieri come su un vecchio libro di etologia, con tanto di didascalie. I brani in questa prima parte, in questo inizio incorporeo, arrivano anche da ‘Riceboy Sleeps’, a creare un sontuoso crescendo che porterà all’avvincente, annichilente finale.

Il bosco pian piano si anima. Prende forma. Cangiante. Polistratificato. Cromatismo e suggestioni. Mentre accanto al leader dei Sigur Rós sono comparsi altri tre piccoli folletti-musicisti. Giovani, figli del Dio Ermes, protagonisti dell’intercambiabilità strumentale. Dalla chitarra allo xilofono, dal piano all’organo, dalle percussioni della natura alla batteria. C’è religioso silenzio. Lirico, evocativo, impalpabile. Ed una voce che sembra uscire da un oleogramma. Questo è Jónsi. Quali fossero le strampalate e deliranti aspettative di alcuni non lo so spiegare. Uno spettacolo di estrema classe, di raro coinvolgimento, di cura dei particolari (anche minimi), giù in un’altra dimensione. Difficile da comprendere, ne sono consapevole, se non si è custodi di un minimo di gusto estetico, di un minimo di sentimento che arriva proprio dal fondo del cuore. Un artista unico. Il crescendo di cui parlavo si fa ora sempre più avvolgente. Arrivano i brani guida di ‘Go’. La gente comincia a fomentarsi. Liberi nel riprendere attimi e scattare istantanee. A metà concerto con una flebile voce Jónsi chiede se stiamo bene, ringrazia i presenti, si augura che sia una grande notte. Basta così. Non serve altro.

La serata avanza mentre le finestre si bagnano di pioggia. Mentre germogliano fiori. Mentre gli occhi del lupo e quelli del gufo commuovono per dolcezza e perfetta sintonia con il fascino della musica. Un paio di filtraggi vocali quando è libero dagli strumenti. Poi un cono di luce lo sovrasta. Passa un aereo. Non riesco a distogliere lo sguardo dal palco. Le gambe rattrappite. Il fiato corto. Cerco i suoi occhi. Dopo un’ora gli applausi scrosciano a sancire la fine dello spettacolo. L’uscita laterale. Ma passano solo pochi attimi. Jónsi torna con in testa un copricapo da stregone. Da sciamano. In modo da vedere meglio durante la trance. Alle radici della specie. Alle radici dell’uomo. Nel bis spunta fuori un inedito. Rapito e piegato su se stesso. Continua la sua personalissima danza. Mentre l’aria è ormai satura di emozione. Lo spettacolo è assoluto. Ed il finale della stravolta ‘Grow Till Tall’ si consegna direttamente alla leggenda (guarda). Vento e pioggia disegnano la tempesta che si abbatte alle spalle del quintetto. Il bosco viene inondato da cascate di puro post rock lisergico dalle fosche tinte shoegaze. Lampi, squarci, fulmini e cinque uomini che si stanno consegnando al nuovo mondo. L’apocalisse dalla quale nascerà la vita. Il pubblico è in piedi. Rientrano per la passerella finale. Corro ad abbracciare una parte del mio cuore. Cos’altro chiedere alla musica se non magia? Questa magia.

Emanuele Tamagnini

10 COMMENTS

  1. E’ stato un bellissimo concerto, il finale in crescendo alla Sigur Ros mi ha riportato indietro di due anni, spero che i quattro ricomincino presto a lavorare insieme perchè queste esperienze vanno assolutamente ripetute. LO SPETTACOLO TOTALE!

  2. …un concerto assolutamente “romantico”, con tutto ciò che questo termine vuole rappresentare… non mi viene null’altro da dire, se non che in certi momenti mi sono commosso, e me ne vergogno un pochino, però tanta è stata l’emozione…

  3. Assoluto.
    Spettacolo di pura trance sciamanica per Jonsi.
    La critica negativa è tipica dei neo-analfabeti puzzolenti.

  4. splendida recensione! io ho avuto la fortuna di essere lì in prima fila a godermi uno spettacolo semplicemente magico ed indimenticabile..! Jonsi è uno dei pochi VERI ARTISTI esistenti sul pianeta Terra.
    Non vedo l’ora di riascoltarlo con i Sigur Ros! …Takk Jonsi! 🙂

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