Jonathan Wilson @ Auditorium [Roma, 12/Aprile/2014]

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Quando nel 2011 ha pubblicato il suo vero e proprio esordio ‘Gentle Spirit’, Jonathan Wilson ha stupito tutti. Un album puro che racchiudeva in sé folk, psichedelia, rock settantiano e quanto di più bello la tradizione americana ha tramandato fino ai giorni nostri. Un disco capace di svelare al mondo il talento di un musicista che, vicino a compiere i quarant’anni, abbandonava per un attimo i panni di produttore che tanto lustro gli avevano dato e si metteva in gioco con umiltà e classe. ‘Fanfare’, uscito l’anno scorso, ha ulteriormente sviluppato il discorso con maggiore ambizione e un pizzico in più di patinato mestiere che, con buona pace di chi al solito rimpiange gli esordi, confermano le doti di un artista che sembra venire da un’altra epoca. Una gemma nascosta per anni nel North Carolina e finalmente dischiusa alle nostre orecchie. Con il tour del nuovo album Wilson ha fatto per la prima volta tappa a Roma, all’Auditorium Parco Della Musica. Raggiungiamo la Sala Sinopoli intorno alle 21, riuscendo ad intercettare le ultime note del trio blues romano Dead Shrimp, posto in apertura di serata: il traffico sulla Tangenziale Est e, conseguentemente, sulla Salaria a causa della concomitante partita della Roma ha scombinato i nostri diligenti piani. Dopo il consueto efficiente cambio palco, alle 21.20 Jonathan Wilson entra in scena accompagnato dai suoi quattro musicisti: il texano Jason Borger alle tastiere, il batterista floridiano Richard Gowen e i californiani Omar Velasco e Dan Horne rispettivamente alla chitarra e al basso. Le note di piano di ‘Fanfare’ danno il via al concerto, lasciando che il resto degli strumenti si innestino pian piano l’uno sull’altro in un’atmosfera gloriosa, epica, paesaggistica. La voce di Wilson si mostra originale, calda, volutamente imperfetta, debole nel timbro. Gli altri musicisti sono un sostanzioso contorno, ma è lui che catalizza gli occhi del nutrito pubblico in sala, grazie anche al suo look d’antan. ‘Illumination’, di puro stampo pinkfloydiano, si fa seguire dalla briosa ‘Fazon’, cover dei Sopwith Camel contenuta nell’ultimo disco. Spazio quindi ad un’ulteriore cover: viene ripresa ‘Angel’ dei Fleetwood Mac, nella prima versione scritta da Bob Welch, a chiarire ulteriormente da quali ascolti viene Jonathan Wilson. Acclamata dal pubblico viene eseguita ‘Desert Raven’, uno dei brani più belli di ‘Gentle Spirit’ e perfetta rappresentazione della retromaniaca aura settantiana che avvolge l’artista americano: chitarre acustiche ed elettriche, soavi orchestrazioni, un basso pulsante e mai eccessivamente invadente. Gli applausi si sprecano. Si torna al nuovo album con ‘Dear Friend’, aggraziata composizione che fa traslocare i Pink Floyd e un certo progressive inglese nella West Coast statunitense. L’hammond è poesia, mentre una chitarra liquida sciorina un assolo ricercato e per nulla travalicante. ‘Magic’ e la beatlesiana ‘Future Vision’ ci conducono verso una seconda parte di concerto nella quale, ora con i brani di ‘Gentle Spirit’ (la cosmica ‘Natural Rhapsody’ e ‘Rolling Universe’), ora con quelli più recenti (una ‘New Mexico’ da deserto hippie e la dylaniana ‘Moses Pain’), guadagnano maggior preponderanza le lunghe code strumentali, sulle quali Wilson interagisce continuamente con i suoi musicisti, talora protraendosi eccessivamente. La conclusiva cavalcata lisergica ‘Valley Of The Silver Moon’ rappresenta la summa del percorso, il lungo viaggio per le lande americane, tra giochi di luci ed ombre. Viene spontaneo socchiudere gli occhi, cullati dalle note, comodamente adagiati sulle poltrone. I musicisti lasciano il palco per farvi immediatamente ritorno, acclamati dal pubblico. Da scaletta sarebbero previste ‘Ballad Of The Pines’ e la cover di Madonna ‘La Isla Bonita’, ma Jonathan Wilson si lascia sopraffare dalle richieste dei presenti, optando di buon grado per la doppietta ‘Love To Love’/‘The Way I Feel’, in rappresentanza di entrambi gli album ufficiali e delle anime rock e folk/psichedelica che compongono la proposta del musicista. Si alzano le luci – qualcuno azzarda la standing-ovation – e si torna di prepotenza nel 2014. Jonathan Wilson è un artigiano del suono e il concerto all’Auditorium, nelle sue due ore di durata, lo ha ribadito, nonostante qualche suppellettile strumentale di troppo.

Livio Ghilardi

Il live è inserito nella Rassegna Ausgang