Jon Spencer Blues Explosion @ Circolo degli Artisti [Roma, 13/Febbraio/2013]

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Jon Spencer è uno stregone, non ha mai fatto un grande singolo che tutti conoscono, il nome della sua band Jon Spencer Blues Explosion a Roma viene confuso con quello di 2 giovani che sono in rampa di lancio (Bud Spencer Blues Explosion), eppure quando si è presentato al Circolo degli Artisti nel maggio 2012 ha fatto registrare un sold out, nonostante all’epoca il suo ultimo (deludente) ‘Damage’ fosse del 2004. Merito soprattutto di una serie di ristampe di dischi mitici degli anni ’90 (‘Orange’ del ‘94 su tutti) uscite a cavallo tra i millenni; e di una certa critica che lo indica come il precursore di quel suono di chitarra megasporcata che prima White Stripes e poi Black Keys hanno portato al successo negli anni zero e negli anni dieci. Adesso s’è aggiunto un nuovo disco ‘Meat and Bone’ davvero in linea con la ricetta dei primi lavori, una mescola tra il blues chitarristico sudista alla ZZ Top e la lezione noise dei Sonic Youth, tutto condito con il volume degli ampli a palla in barba al cartello che ricorda che è vietato superare i 95 decibel.

Il Circolo degli Artisti di nuovo si riempie tutto. Nonostante il freddo, Sanremo e la Scempionslig. In apertura una buona mezzora per The Mentalettes un trio vocale di ragazze + un quartetto di musicisti, un buon early soul stile Motown asciutto e veloce. Testi infantili e presenza ancora da affinare, però divertenti. Poi mentre il buon Gianluca Diana gira dischi di padri fondatori del blues, preparano il palco come se dovesse arrivare un tornado, ogni singolo cavo ancorato dappertutto, e noto la risposta a una domanda che mi incuriosiva: come fa un gruppo senza basso elettrico a sopperire la mancanza di frequenze basse? La risposta dei JSBE è l’uso di microfoni larghi, più simili a quelli usati nelle radio, che a piccoli microfoni che di solito si usano sugli ampli di chitarra. In particolare è interessante la soluzione di Judah Bauer che farà uscire stereofonicamente due ampli parecchio diversi, un Vox Ac30 per il canale destro e un FenderTwinReverb per il sinistro, a un volume assurdo,  e il risultato sarà uno potente suono infernale che trasforma una normale Telecaster in un tridente di Satana. La batteria Russel Simins è essenzialissima Cassa-Charlie-Rullante-1Tom -1piatto punto. Lo scotch bianco sulla cassa nera scrive “Blues Explosion”. E più a destra sopra gli ampli di Jon Spencer c’è il famoso Theremin che spesso usa durante i suoi spettacoli (oggi lo userà solo una volta nel finale).

Poco prima delle 23 eccolo apparire. Pantaloni di pelle stretti fino al ginocchio e poi una zip aperta su un risvolto d’argento metallizzato a zampa d’elefante, roba alla Page primo periodo! Poi una camicia damascata e un gilet nero. In bilico tra eleganza e stravaganza, foto a volontà solo per i primi tre pezzi anche perché poi sarà tanto tanto sudore. Il gesto di piegarsi in ginocchio sugli stacchi di chitarra, andare indietro con un passo diagonale alla Les Claypool, i capelli ribelli, le sopracciglia folte, lo sguardo spiritato. Arriva Strilla “ARE YOU READY?” ripete “ARRRRE YOOOU RRRREADYYY?” e poi senza sosta per un’ora, veloci iper disorte altissime schitarrate, riff dopo riff. Icona. Rockerrol. Anzi come lo chiamano quelli bravi punk’n’blues. Lui lo chiama solo “BLUES EXPLOSION” e lo urla nel microfono almeno 30 volte nel corso della serata “WE ARE THE BLUES EXPLOSION”. Le parole contano poco perché Spencer è uno di quelli che non riesce a vedere le parole del rockerrol come poesia, e più attacca, suona, e più spaccano questo fottuto posto, l’energia arriva, proprio come il tornado a cui si stava preparando. Nella prima parte ci sono soprattutto i brani del nuovo disco, 2 minuti per ripristinare le cose sradicate e sgrullare il microfono zuppo di saliva e nel corposo bis trovano posto classici dei primi lavori. In pochi conoscono le canzoni ma tutti apprezzano il mix tra blues e noise, il pubblico è in prevalenza maschile e tra i 20 e i 40 di età ma ci sono anche rappresentanze over 40, la maggioranza si divertirà senza lasciarsi troppo andare. Sul palco Mr. Bauer è il motore del trio, la sua chitarra dà la struttura portante ma anche gli assoli, il bottleneck immancabile nello stile blues come anche l’armonica a bocca sono a lui affidati. Il batterista in camicia da teddyboy ha i tappi nelle orecchie ma anche oltre 20 anni on the road con i due chitarristi che lo affiancano, si nota quando Jon comanda gli stacchi con i salti, quando gli urla cose al resto del mondo incomprensibili, lui è il telaio su cui le esplosioni blues possono correre. Se Bauer è il motore e Simins il telaio, questa macchina da corsa sfoggia come carrozzeria fiammante  Mr. Jon Spencer, vederlo catalizza gli sguardi, la sua voce, come sempre è diabolicamente effettata, nelle prime file è coperta dagli ampli ma in fondo arriva ben bilanciata. Spesso infila tutto il microfono in bocca per far sentire le urla dalle viscere, e tutto diventa più distorto dove pensavi che più distorto non esistesse. Nel finale troviamo anche una canzone cantata da Bauer e un’altra cantata da Simins, tutti e 3 hanno i microfoni distorti, e alla fine le tre voci non sembrano troppo diverse. Per chiudere a sorpresa ospitata della bionda cantante Barbara Tarrant, notata tra le prime file e invitata sul palco per un duetto finale con Jon Spencer. Due sold out romani in 9 mesi e tour davvero fitto in giro per tutto il mondo, tra qualche anno probabilmente si citerà questa formazione newyorchese tra quelle seminali, di sicuro poca gente ha questo suono così disturbato in testa, e pochissimi riescono, dopo averti fatto muovere per un’ora e un quarto, a farti fischiare le orecchie per le successive quattro.

Giovanni Cerro

1 COMMENT

  1. articolo perfetto!!! unica nota, la bionda dovrebbe essere Margaret Doll Rod (ma potrei sbagliarmi)

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