Johnny Marr @ Mole Vanvitelliana [Ancona, 3/Luglio/2013]

1196

E adesso è caccia grossa ad Andy Rourke. Dopo aver amato Morrissey live ed ascoltato un triste dj set di Mike Joyce, la discesa di Marr in Italia non poteva che vedere la mia presenza. L’affetto per le Marche e per le location intime hanno fatto il resto nella scelta della sede in cui godere della sua performance, facendomi snobbare le date più affollate di Milano e Bologna. E allora vieni qua a farti la foto, Johnny, non mi dire “after, after” che lo scatto te lo rubo lo stesso prima che sali sul palco, anche se il braccio possente del tizio della security mi tira per la spalla il tasto lo premo ugualmente, e se rimarrà impresso anche lui tra la mia testa e la tua non mi offendo, anzi sarò pure più contento. E poi che ne sa lui (e che ne sai tu) che io a inizio ’90 ascoltavo ‘Bigmouth Strikes Again’ perchè mio fratello l’aveva registrata dalla radio in una cassetta ed ero affascinato da quella che per me all’epoca era solo una bella musica, senza che sapessi ancora cosa fosse un riff, nè che fosse proprio opera tua. E adesso sali sul palco e facci vedere come sei in questa tua nuova veste da solista, ci siamo fatti quattro ore di treno e stiamo fremendo da giorni. Io, l’amico che ha preso il biglietto da tempo e quell’altro che ha vinto un mai così provvidenziale contest la notte prima dell’evento. La Mole Vanvitelliana è un edificio del 1700 che sorge su un’isola artificiale situata all’interno del porto e collegata con la terraferma da tre ponti. Il tempo qui sembra essersi fermato e la sua piazza interna, che poi è quella che ospita i concerti, è abbellita dal tempio di San Rocco, anche se, vergognoso ma vero, la cosa che ci salta maggiormente all’occhio tra cotanto bendidio è la zona dove si terrà il live, allestita con una serie di posti a sedere. Mica penseranno di tenerci seduti per tutto il concerto? L’opening act prevede Adam Stockdale, trentenne cantautore folk inglese col quale abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere, ma forse anche dodici, sul lungomare anconetano in attesa dell’apertura dei cancelli. Quando salirà sul palco metteremo da parte la nostra vena critica per supportare quello che ormai è un amico, ma anche lui ammetterà, nei suoi lunghi monologhi tra un brano e l’altro, che il pubblico gli sembrerà so quiet, nell’accezione più negativa di questo termine.

Archiviato l’atto di apertura, dopo un paio di minuti vedremo salire sul palco Johnny Marr con la sua chitarra bianca, moderno principe azzurro con il suo look mod oriented composto da giacca di velluto blu (con pins sparse sul bavero) e camicia rossa. La sua band sarà composta da tre elementi che si occuperanno di chitarra/tastiere, basso e batteria. Nonostante la lunghezza della session non sia poi di molto superiore all’ora, i brani in scaletta saranno ben 19, più della metà dei quali tratti da ‘The Messenger’, primo album di una carriera solista iniziata curiosamente molto in là con l’età. L’apertura sarà con ‘The Right Thing Right’, alla quale basterà la prima nota per far scattare in piedi buona parte del pubblico che fino a un secondo prima era seduto compostamente sulle sedie sotto al palco, finendo per riempire quasi del tutto la zona del parterre. Anche i posti a sedere saranno alla fine quasi tutti occupati, scongiurando così un rischio flop di presenze che onestamente ci aveva destato un po’ di preoccupazione prima di varcare le porte della location. Sin dal secondo brano inizieranno i ripescaggi dal repertorio Smiths, con quella ‘Stop Me If You Think You’ve Heard This One Before’ che dovrebbe essere regola di vita per molti sin dal titolo e che non stona cantata dalla voce di Johnny che a sua volta non stona neanche se rapportata alla versione cantata dal Moz. I volumi poi sono alti ed il sound eccezionale. Come avvenuto lo scorso anno durante il concerto di Morrissey all’Auditorium, anche stavolta ci ritroviamo a ritoccare mentalmente al ribasso i voti dati ai live visti in precedenza, che sembrano davvero poca roba rispetto a quello a cui stiamo assistendo. La sensazione è quella di avere davanti ai nostri occhi e dentro ai nostri timpani un artista nettamente sopra la media. Lui fa le pose, interagisce molto, scherza, non dice banalità, né sembra per nulla svolgere il compitino, cosa che sarebbe del tutto comprensibile se sei Johnny Fuckin Marr e ti trovi all’ultima data di un mini-segmento del tuo tour in una nazione che di certo non è quella che cambierà le tue sorti economiche o artistiche. Mostra una personalità da frontman che ci porta a pensare a quanti e quali litigi ci possano essere stati con Morrissey, un altro con un carattere per nulla facile. Il quinto brano sarà ‘Forbidden City’, tratto dalla sua esperienza con gli Electronic, una delle numerose band nelle quali Marr si è cimentato nel corso degli anni intercorsi tra lo scioglimento degli Smiths e questa sua opera prima. Inaspettata, perché in controtendenza rispetto alla collocazione nelle sue recenti scalette, arriva poi ‘Still Ill’, brano degli Smiths che avevamo ascoltato giusto lo scorso anno nell’interpretazione di Moz. Tra le due versioni è quella di Johnny a convincerci maggiormente, è più tirata e coincisa, venendo così maggiormente incontro ai nostri gusti, sicuramente non così popolari.

Subito dopo parte ‘Lockdown’, tratta dal suo recente album, che darà modo a Piero di esaltarsi così tanto da fare un’invasione di palco per portargli il suo tributo. Johnny lo saluterà dandogli la mano e riprenderà a fare il suo lavoro, nel tripudio generale. Poi sarà la volta di ‘The Messenger’, title track di cui l’artista sembra essere molto orgoglioso, visto che ne spiegherà lungamente l’essenza ed il ruolo prima di eseguirla. Possiamo immaginare che proprio aver composto questo brano lo possa aver convinto a “mettersi in proprio”. La traccia accolta dal maggiore affetto del pubblico sarà invece ‘Bigmouth Strikes Again’, anch’essa del repertorio Smiths e cantata in maniera convincente dallo stesso Marr che nella parte vocale andrà oltre le nostre più rosee aspettative. La scaletta, al netto degli encore, si chiuderà con ‘How Soon Is Now?’, suonata, non si sa in che modo, da un bassista che ha perso una corda ed in una versione che perde a sua volta il confronto con quella a cui eravamo abituati. Appena Marr e i suoi saluteranno e scenderanno dal palco, il pubblico dimostrerà di non voler rischiare neanche un po’ che quella che di solito è una finta, diventi una triste realtà, ovvero che arrivi sul serio il finale del live. Per scongiurare il pericolo inizierà allora a richiamare fin da subito a gran voce il proprio beniamino che non si farà desiderare, ripresentandosi dopo pochi secondi, alleggerito della giacca di velluto che, a dirla tutta, faceva caldo anche a noi che lo guardavamo da un paio di metri. I brani scelti per concludere la serata saranno la cover dei Crickets ‘I Fought The Law’, ‘Gettin Away With It’ degli Electronic ed infine lei, quella luce che non finisce mai, col suo equilibrio tra liriche e musica che secondo noi la rende uno dei brani più struggenti della storia contemporanea. Come forse avrete già capito la chiusura sarà con ‘There Is A Light That Never Goes Out’. E mentre io resterò stupito dalla potenza del coro del pubblico, Marr farà un sorriso di sorpresa e ci lascerà cantare da soli per un po’, godendosi il momento. There Are Some Nights That Never Goes Out.

Andrea Lucarini

9 COMMENTS

  1. E’ stata una gran serata e io, molto alternativo (visto che non mi ha imitato nessuno altro), sì, mi sono permesso di invadere il palco per Johnny Marr e non per Morrissey, a cui però avevo riservato il mio primo (e a oggi unico) svenimento (assolutamente non voluto).. Dopo averlo visto così, sfacciatamente rocchenrolle con tutte quelle pose, la cazzonaggine, la “duckface”, era impossibile pure non chiedersi come abbiano davvero fatto a sopportarsi anche solo per quei mitici 5-6 anni lui e il Moz.

    Ma un paio di cadute di stile devo imputargliele e credo che il buon Andrea che era là con me mi darà ragione:
    1) merch ipercaro: 15 euro cd, 25 il vinile e, mai visto prima, gli stessi maggiorati di 10 euro in versione autografata, tant’è che la lamentela al punto (2) potevamo forse pure immaginercela…

    2) perdonatemi se uso un po’ di romanesco come rafforzativo: a ggionnimà, sei ancora ggiovane rispetto a tanti altri colleghi, nun se pò sentì che finisci de sonà e sali nel turbasse ppe dormì e nun ce scenni più manco ppe quelli quattro stronzi quattro che t’aspettavano, essù.

  2. Piero più che un commento, la tua è stata una sacrosanta integrazione! Ora non manca proprio più nulla, a parte il romanticismo del tizio che si era comprato la chitarra come la sua e nelle 6 ore pre e post concerto non è riuscito a farsela autografare.

  3. Mi ritrovo a leggere il post a un anno e passa di distanza. Le emozioni sono le stesse e, permettetemelo, è la stessa anche l’incazzatura. Già perché dopo decine di minuti di cori davanti al pullman il buon Johnny fuckin Marr poteva pure scendere da noi per una fuckin foto. Noi che avevamo il treno notturno delle 4 e che la mattina dopo eravamo al lavoro con le occhiaie che sfioravano la rotula…

  4. Forse il buon Johnny avrà fatto tesoro dell’esperienza anconetana e la prossima volta scenderà dal pullman. Sicuramente noi abbiamo fatto tesoro dell’esperienza anconetana e ci presenteremo con un megafono sotto al pullman.

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here