John Zorn's Complete Masada @ Auditorium [Roma, 25-26-27/Giugno/2007]

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Non ci sono (dovrebbero) essere presentazioni da fare per John Zorn, l’attuale portavoce dell’avanguardia musicale mondiale, compositore ultra-eclettico, grande sassofonista nonchè fondatore dell’etichetta avanguardista/sperimentale Tzadik. L’Auditorium (lode al direttore artistico) ha presentato in prima mondiale tre giornate totalmente dedicate al suo proggetto Masada in tutte le forme possibili. Masada è probabilmente la parte più nota dell’enorme produzione artistica zorniana, sicuramente la più vasta, infatti non solo sono stati realizzati dieci dischi in studio col quartetto originario, ma anche molti live, più altre decine di dischi con formazioni “varie” sia acustiche che elettriche. Masada è un concetto musicale che nasce direttamente dalle radici culturali di questo genio della Downtown newyorkese, più di cento composizioni caratterizzate da un perfetto connubio tra musica klezmer, araba e free jazz, ma anche rock, classica, contemporanea, folk, etc. Per questo tour de force musicale hanno raggiunto Roma, oltre al maestro, altri 14 (!) grandi musicisti suoi fedeli collaboratori. Ecco dunque un sunto dei 3 giorni già leggendari.

[I Giorno]
Erik Friedlander Solo: Erik Friedlander violoncello
Il timido violoncellista aprirà le danze di questa epopea musicale, e non sarà un caso, date le sue doti quasi inumane. Friedlander è un virtuoso del violoncello, e questo strumento, che raramente si sente come strumento solista, offre delle possibilità davvero ampie. Sia con l’archetto che pizzicandolo l’artista ci regala il primo assaggio di questa grande musica, attenendosi maggiormente al lato tradizionale klezmer ma anche anticipandone il lato più libero, isterico ed improvvisativo.

Jamie Saft Trio: Jamie Saft pianoforte – Greg Cohen contrabbasso – Kenny Wollesen batteria
Il barbutissimo Saft questa volta lascia da parte l’elettronica per cimentarsi al pianoforte in un jazz elegante ed intrigante. Ad accompagnarlo la leggenda vivente Greg Cohen ed il talentuoso batterista. Una grande performance introduttiva all’apice della serata:

Bar Kokhba: Marc Ribot chitarra – Mark Feldman violino – Erik Friedlander violoncello – Greg Cohen contrabbasso – Cyro Baptista percussioni – Joey Baron batteria
Ecco appunto l’apice della serata, oltre ai sei fenomeni, sale sul palco lo stesso John Zorn a dirigere i musicisti. Musica avvolgente e coinvolgente, crescendo dinamici dal sapore psichedelico, grandi assoli di Feldman e Friedlander sono il denominatore comune di questa esibizione. Mentre tutti i protagonisti suonano egregiamente seguendo le particolari indicazioni gestuali (in seguito decifrate) di Zorn, solo il chitarrista Marc Ribot sembra rimanere un po’ indietro… ma non conta, tanto è dirompente l’energia di questo ensemble. Per il bis si uniscono Jamie Saft e Kenny Wollesen, torniamo così a casa con il sorriso stampato e tante aspettative per le serate a venire.

[II Giorno]
Asmodeus: Marc Ribot chitarra – Trevor Dunn basso – Calvin Weston batteria
Il secondo giorno inizia, purtroppo, in discesa. Il trio elettrico, condotto da Zorn, sebbene proponga qualche idea interessante, delude un po’. La musica proposta suona molto hard rock anni ’70, riff classici suonati all’infinito e qualche pecca nell’esecuzione (Ribot ancora non si è ripreso ed il batterista è una locomotiva con un unica intensità dinamica, a palla!), fanno un po’ storcere la bocca.

Mark Feldman/Sylvie Courvoiser: Mark Feldman violino – Sylvie Courvoiser pianoforte
Le cose cambiano decisamente con la seconda parte, la coppia di “mostri” stupisce! Feldman riesce a far parlare il legno… no non è Geppetto… è un moderno Paganini che oltre a suonare perfettamente pulito, è in grado di tirar fuori dal violino ogni sorta di suono, a volte sembra un lamento infantile a volte lo strappo di una tela. La sua compagna non è da meno! La seriosa Courvoiser infatti alterna lo stile classico ad uno prettamente sperimentale, pizzica le corde del pianoforte, le percuote con una bacchetta, la loro performance è ricca di citazioni, non mancano ovviamente richiami a temi ebraici, ma complessivamente si avvicinano molto alla musica contemporanea con interventi ora minimalisti, ora più rumoristi.

Masada Quartet: John Zorn sassofono – Dave Douglas tromba – Greg Cohen basso – Joey Baron batteria
Il quartetto padre, il punto di inizio, il Big Bang dell’universo Masada. Quando questi quattro fenomeni suonano insieme, si crea sempre un’atmosfera fatta non solo di stupore, portato dalle loro eccezionali doti tecniche, ma anche di divertimento, per loro è quasi come fosse un gioco, scherzano e si fanno anche “dispetti” facendo risultare l’esibizione uno spettacolo a tuttotondo. Zorn (che per un gioco di luci strano assomiglia terribilmente al sindaco Veltroni) strilla col suo sax alto affilato come una lama, fa degli assoli spettacolari ed è comunque sempre pronto a dirigere i compagni con i suoi gesti ormai storici. Douglas, più volte miglior trombettista per Downbeat, è di una compostezza ed eleganza esagerate, gli assoli sono sogni materializzati. Cohen, l’uomo dalle mani giganti, non sta in disparte (come in genere sui dischi in studio), è presente ed anche lui fa degli splendidi assoli. Baron non smetterò mai di affermare che sia il più grande batterista vivente!

[III Giorno]
Uri Caine Solo: Uri Caine pianoforte
Siamo giunti alla fine, entusiasti e compiaciuti per aver potuto assistere ad una manifestazione tanto importante. Il “giorno del giudizio” non poteva cominciare meglio se non col maestro Uri Caine! Questo pianista non è soltanto un virtuoso, è praticamente un vero genio, un uomo che ha saputo reinterpretare i grandi musicisti classici in chiave moderna come probabilmente nessun altro sarebbe stato in grado. Sentire suonare Uri Caine è come sognare, riesce a citare con estrema perfezione tutti i generi moderni passando dal jazz alla classica alla latino/americana con una fluidità unica… questa è Musica.

Masada String Trio: Mark Feldman violino – Erik Friedlander violoncello – Greg Cohen basso
Non abbiamo smesso di sognare con Uri Caine che sul palco salgono i tre archi e Zorn per dirigerli. Personalmente ho trovato, nel complesso, lo String Trio l’esibizione migliore. Le partiture sono molto più simili a quelle del quartetto originario ma il risultato è una musica più elegante con una valorizzazione maggiore degli echi mediorentali. Sembra inoltre di assistere ad un concerto di musica indiana, Zorn è seduto per terra su dei cuscini e dirige i tre, Friedlander seduto sulla sedia senza scarpe ed una serie di cuscini accanto ai musicisti creano appunto un ambiente quasi mistico. Un’esibizione impeccabile, da sogno.

Electric Masada: John Zorn sassofono – Marc Ribot chitarra – Jamie Saft tastiera – Ikue Mori elettronica – Trevor Dunn basso – Cyro Baptista percussioni – Joey Baron, Kenny Wollesen batterie
L’Electric Masada è sicuramente la formazione più prorompente, un ensemble in stile “Bitches Brew” capace di creare un vero e proprio tsunami sonoro. Non appena gli otto musicisti si sistemano sul palco e puntano gli occhi sul direttore/sassofonista, il segnale che gli viene dato è quello dell’apocalisse! Ecco dunque la prima serie di onde sonore anomale che investono la sala e divelgono le teste. Finita la devastazione comincia il tema del pezzo, poi gli assoli, poi la conduzione isterica con cui Zorn chiama all’attenzione gruppi di musicisti in tempi ristrettissimi quasi creando una composizione estemporanea. Qualche pecca nell’equalizzazione generale fa scomparire un po’ di suoni qua e là ma il risultato è comunque grande! Alla fine non ci basta il bis e per il tris il pubblico si alza in piedi e si avvicina a bordo palco.

[Conclusione]
3 giorni di goduria, 1 manifestazione di importanza storica, 9 concerti spettacolari, 15 musicisti grandiosi, 0 sbadigli. Spero per l’anno prossimo in altri tre giorni di John Zorn, magari con altri proggetti come Naked City, Painkiller, Moonchild, Music For Children, Cobra…

Gabriele Mengoli

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