John Zorn & Electric Masada @ La Palma [Roma, 17/Luglio/2003]

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Tornano a Roma queste quattro lettere che compongono uno dei nomi più terrifici e leggendari del jazz e dell’avanguardia. Un nome come quello di John Zorn incute timore al solo pronunciarlo; una sillaba che si porta dietro una tale impressionante quantità di storia della musica, di scene, di collaborazioni, di aneddoti. Ma, soprattutto, accompagnano la consapevolezza di trovarsi di fronte un genio vivente, un personaggio che ha fatto del suo innato eclettismo, unito alla più solida delle tradizioni jazzistiche, la leva per scardinare le paratie che segnano i confini non solo tra i generi, ma soprattutto tra i “concetti” della musica, creando un cosmo inedito, pauroso e seducente, dove la bellezza e l’eleganza vanno a braccetto con la violenza e il caos. Ammetto, quindi, la mia pregiudizievole soggezione, qualcosa che è più di una ossequiosa riverenza, ma piuttosto un vero e proprio metus (qualcosa di simile avevo provato per i Suicide, ma è stato spazzato via dalla loro patetica esibizione al Classico l’anno scorso).

Quando mi giro e lo vedo sul palco, quasi non sembra possibile che quel signore con l’aria pacata, con pantaloni mimetici e maglia rossa, sia l’incarnazione epifanica del prodigio. Accanto a lui sono affiancati Marc Ribot alla chitarra, Trevor Dunn al basso, Jamie Saft al piano elettrico e organo, Cyro Baptista alle percussioni e Kenny Wollesen alla batteria. Il concerto esplode subitamente investendo la platea di sonorità free debordanti dei suoi celebri urlanti fraseggi dadaisti. Ma la formula oltranzista viene abbandonata poco dopo, lasciando spazio a modalità più fruibili, volte a sviluppare un contesto per le querule melodie della tradizione popolare ebraica del Klezmer che sono lo spunto adottato da Zorn per redigere il repertorio Masada, creato a partire dal 1993, originariamente concepito per quartetto e tuttora ammontante a oltre 200 brani. Le allusioni etniche sono evidentissime nei temi e nei giri del basso, suggestioni collocabili a metà tra il Mar Rosso e i Balcani. La semantica zorniana parte da strutture armoniche di base molto semplici, ripetute in continuazione in una ridondanza ipnotica e acida. Su tali pattern si edificano spettacolari castelli di suono, impegolati in crescendo di spessore diretti dalla gestualità del maestro, che ricorda i suoi formidabili giochi con le carte per orchestre di quindici elementi. Ad un cenno di Zorn queste protese strutture di sabbia spariscono come spazzate via dalla mareggiata, lasciando solo gli elementi nucleari, germinali, del basso e delle percussioni a sostenere il flebile groove che reintrodurrà una nuova genesi del suono. Il meccanismo del dare e del togliere viene reiterato più volte per ogni brano, intervallandovi il tema, e suscitando ripetutamente l’entusiasmato applauso del pubblico. La stessa direzione gestuale delle progressioni viene riciclata anche nei momenti più evidentemente jazz rock, tra i quali si fa notare un prodigioso lento “space funk” disteso su un etereo trip che mi ha ricordato situazioni settantiane in stile Mahavisnu Orchestra o Sun Ra. Fenomenali i musicisti coinvolti, non tanto per lo sfoggio di tecnica, quanto per il gusto eclettico per lo strappo no-wave o l’inserto aleatorio atonale. La violenza caotica di alcuni passaggi del piano elettrico e della chitarra allungata con inattese code di delay, le percussioni che sono anche rumori, il drumming molto mobile e spesso incardinato in ritmi dispari, tutto costituisce un quadro non convenzionale che crea cortocircuiti strepitosi con il jazz più classico o i tristi temi declamati dal sax. Confesso, tuttavia, di aver avuto occhi soprattutto per Trevor Dunn, (bassista, tra l’altro, di Mr. Bungle e Fantomas), sfoggiante una eloquente maglietta delle Ex-Girl e una tecnica davvero maleducata, in virtù della quale ha suonato il suo quattro corde quasi sempre con decise pennate di plettro. A prescindere dalla mia soggezione verso il personaggio, comunque, rilevo un concerto eccellente, ricco di attimi entusiasmanti, sempre godibile e fruibile in ogni sua parte grazie ad un controllato dosaggio dell’elemento aleatorio, che rende conto della fama del geniale sassofonista e compositore John Zorn e smentisce alcuni pregiudizi sul gratuito anarchismo o sull’eccessiva incomunicabilità cacofonica della sua opera.

Alessandro Bonanni

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