John Surman @ Auditorium [Roma, 15/Febbraio/2007]

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Questo mese, anzi quest’ultima settimana di Febbraio 2007, è stata per chi scrive all’insegna dell’ipnotismo, un concerto tributo all’ECM, un film capolavoro come “Inland Empire” del maestro David Lynch, ed infine il concerto di John Surman (da sempre mio eroe) sono stati in grado per tre volte di rapirmi e trascinarmi verso spazi siderali e galassie riverberanti luce ma anche nelle stanze buie e nei corridoi scuri della mente. Oggi comunque, dopo mesi, ho potuto interrompere il processo di ipersalivazione, cominciatomi il giorno in cui lessi che Surman sarebbe stato ospite all’Auditorium per un concerto di puro solo. Su questo artista anglosassone sarebbe opportuno scrivere un libro, dato che tanti sono i valori aggiunti che ha portato nel panorama musicale e decisivo il suo contributo nell’affermazione del Jazz europeo; io mi limiterò a fare un sunto della sua carriera. Durante la seconda metà dei ’60, dal Regno Unito, una schiera di giovani talenti fece breccia nella scena jazz mondiale, nomi come Dave Holland, John McLaughlin, John Surman e John Taylor contribuirono in maniera decisiva allo sviluppo delle nuove direzioni che questa musica di origine Afro-Americana avrebbe intrapreso negli anni a venire. John Surman, dapprima, abbracciò con il suo sax baritono quel discorso musicale cominciato da John Coltrane fatto di post-bop e free, saltando subito alla luce come il miglior baritonista dai tempi di Gerry Mulligan. Fu comunque alla fine dei ’70, che questo artista riuscì a produrre un disco che avrebbe letteralmente scosso il mondo musicale (diciamo “jazzistico” per convenzione); “Upon Reflection”, titolo decisamente significativo, segnò l’inizio non solo del sodalizio con l’ECM ma soprattutto di quella musica fatta di atmosfere sintetiche intersecate a melodie struggenti, di overdubbing di fiati (sassofoni e clarinetti), di echi folkloristici e di una tecnica sui sax così tanto personale da poter dire che Surman ha inventato un genere… il suo. Eccomi dunque ancora una volta seduto su una comoda poltrona della sala Sinopoli, saluti agli amici incontrati e via si parte… mancano le cinture ma fa lo stesso, gli incidenti non sono previsti. Sul palco sale John, uomo di una vitalità e simpatia davvero uniche, sorride, saluta e fa subito partire una base atmosferica dal suo synth, prende il sax soprano e comincia il viaggio. Come sul pezzo “Constellation” da “Upon Reflection”, l’intro del concerto ci porta un po’ in giro tra le costellazioni (appunto), la base sintetica ed apparentemente fredda trova una sua vitalità e colore attraverso fraseggi squisiti ma anche parabolici del soprano, la dolcezza del suono si tramuta in urla quasi umane che fanno spazio a loro volta ad acuti che sembrano tendere all’infinito. Fine primo viaggio, e subito un applauso tonante, un po’ di conversazione col pubblico (sentirlo parlare è fantastico) con quell’inglese perfettamente scandito ci delizia con qualche battuta davvero simpatica e “british”, come quella sul baritono: “E’ lo strumento con cui ho iniziato a suonare… poi mi innamorai del flamenco e capii che non era lo strumento appropriato…”. Gli spettatori ridono ma lui prende il baritono e comincia con un flamenco che mi ha fatto cadere la mascella a terra dallo stupore… quelle tipiche cavalcate di chitarra vengono riproposte con arpeggi fatti a velocità sonica in respirazione circolare su uno strumento a fiato decisamente mastodontico. Prima della fine del primo tempo ritorna con il soprano, questa volta con l’aggiunta di un effetto delay con cui simula un canone a più voci, passando da fraseggi jazz al folk a sonorità più classiche; poi ci delizia con il pezzo “First Light”, eseguito al clarinetto alto, preso dal disco “A Biography Of The Rev. Absalom Dawe”. Secondo tempo, si comincia con un pezzo tradizionale giapponese , “The Song Of Potato”… la battuta è un must anche in questo caso, ma entro poco il sorriso ilare lascia il posto ad uno di stupore, Surman questa volta suona un flauto dolce come fosse uno shakuhachi nipponico, il pezzo si conclude con il baritono; sempre al baritono “delayato” per un blues, cui segue con una nuova base di synth un pezzo più scuro con dei gong campionati. Tra una composizione e l’altra, il simpaticissimo polistrumentista dialoga con un pubblico che ride, apprezza ed applaude facendo sentire il proprio entusiasmo e calore. L’ultimo pezzo è in realtà un medley di tre composizioni eseguite ancora con tutto il range di strumenti. L’ultimo applauso dura fino all’ultimo “obbligato” bis. Per questo John ci dice che interpreterà al soprano tre pezzi folkloristici britannici, ma che anche il pubblico deve contribuire… ecco allora che esorta a fare il bordone per quella che diventerà la cornamusa Surman/Sala Sinopoli. Il tris viene comunque richiesto ma ormai John Surman è stanco! La serata finisce così, le luci si accendono, ed il pubblico torna a casa con tanto in più.

Gabriele Mengoli

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