John Grant @ Video Sound Art Festival [Abbiategrasso, 1/Luglio/2011]

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La giornata si era inaugurata con un vento mattutino quasi violento, segno, spesse volte, di un cambio fantozziano del tempo. Il nubifragio è presto scongiurato, però, da un’afa ottenebrante nel pomeriggio, compagna implacabile di tante gite fuori porta. Perché è un po’ questo quello che mi aspetta: quasi 22 km, da Milano ad Abbiategrasso. Al castello, per essere precisi. Inutile dire che la macchina, per un immigrato di poche settimane come il sottoscritto, è poco meno di un miraggio. Gambe in spalla, quindi, strategica uscita anticipata di un’ora dal lavoro e su in treno. Sì, tocca arrivare presto, considerata la bella prospettiva di poter intervistare il Grant. L’autore del disco dell’anno 2010 per Mojo, queste nerdiche pagine e tante altre riviste, oltre a essere un artista affascinante ed eclettico, è anche una persona squisita, disponibile e affabile. Non bastassero le interviste passate, riesco a comprovarlo in diretta, una trentina di minuti prima dell’inizio del concerto. Intervista rilassata, informale e anche più lunga del previsto, che potrete presto leggere.

L’ingresso anticipato mi permette di prendere contatto con l’ambiente e le persone. Il castello di Abbiategrasso è dunque la suggestiva cornice della rassegna Video Sound Art, organizzata dall’associazione Le Cicale dell’Arconte (votata al sostegno delle espressioni artistiche contemporanee innovative e alla ricerca di spazi in cui proporre e diffondere le stesse al pubblico) in collaborazione con il portale d’arte contemporanea noknockroom.com. Programma culturale interessante, comprendente tanto motion graphics, con video proiezioni di artisti e collettivi contemporanei quali Daniel Rossa, Pistol shrimp, ManvsMachin, Alexander Chen e Dvein, quanto esibizioni musicali. Oltre a John Grant, suoneranno Jon Hopkins (con apertura dei Port Royal) e The Album Leaf (preceduti dai When The Clouds). Insomma, carne al fuoco ce n’è tanta, ma il piatto principale viene servito oggi. Arrivo proprio mentre John è sul palco alle prese con il soundcheck, in maglietta a righe e pantaloncini corti, affiancato da un tastierista/effettista da occhialoni-passamontagna scuri (la cui identità viene svelata durante il concerto: l’ex Budapest Chris Pemberton). Stanno provando un brano che giunge nuovo alle mie orecchie, con tastiere decisamente new wave. Come poi leggerete nell’intervista, i tempi finiscono per slittare parecchio rispetto al programma originale, e arrivo a terminare l’intervista a meno di mezz’ora dall’inizio del concerto. Tempo nel quale approfitto per placare una fame ferina con un panino che, tuttavia, fa sì che al mio ritorno le porte siano state già aperte e i posti nelle prime file occupati. Mi accontento di quel che resta, riuscendo comunque a conquistare un posto con una buona visuale e, soprattutto (spero), una buona acustica. Poca gente (le sedie sono all’incirca duecento), ma meglio così: una tappa in meno verso la conquista dell’intimità.

Tutto secondo i piani: il concerto ha inizio intorno alle 21.20. Set scarno ed essenziale: un bel pianoforte a coda, quello che dovrebbe essere un microKorg e una tastierino, una specie di minimoog. John si presenta sul palco tra i pochi ma convinti applausi. Dopo un breve commento iniziale (piacevole abitudine che manterrà per tutto lo spettacolo, tra un brano e l’altro), presenta il primo brano, l’inedito ‘You Don’t Have To’. Le tastiere new wave che avevo sentito poc’anzi erano queste, suonate da Pemberton. John è in piedi, alto e imponente, che inizia a scaldare la voce, che sembra già ben messa. Bel pezzo, comunque, che lascia ben sperare per il proseguo della carriera. A seguire, l’artista americano prende posto sullo sgabello del pianoforte. I due attaccano ‘Sigourney Weaver’: esecuzione molto fedele e impeccabile, con la voce di John forse non ancora al massimo della forma, ma comunque in netta progressione. È la volta poi di ‘Where Dreams Go To Die’, uno dei brani più acclamati. L’acustica è discreta, almeno finché non intervengono suoni più sintetizzati, che creano un po’ di rimbombo. Grant non fa una piega: nel ripetuto “Baby” che contraddistingue il brano, la voce viene modulata alla grande e John si mostra a suo agio dal vivo anche nelle tonalità più acute. La conferma di questo arriva soprattutto dall’ultimo brano, ‘Little Pink House’, dedicato alla memoria della nonna, in cui Grant, con la voce ormai ben rodata, si lancia in acuti che mai avresti pensato, ma che risultano ineccepibilmente splendidi. I brani di ‘Queen Of Denmark’ vengono eseguiti tutti tranne ‘Silver Platter Club’ (l’unica pecca o quasi del concerto, a mio parere) e ‘Leopard And Lamb’. Prima di ‘Marz’, John racconta che, per la strofa, prese ispirazione dal menu riportato in un ristorante in cui andava con la famiglia da piccolo: il brano si arricchisce dell’assolo seventies e un po’ progressive di Grant al minimoog, risultando ancora più bello della versione su disco. L’esecuzione di ‘Outer Space’, dedicata alla sua migliore amica, è preceduta da qualche ricordo sulla composizione del brano: “I thought it could be cheesy but then I didn’t give a shit”, parlando dell’opportunità di scrivere un brano del genere. ‘Chicken Bones’ paga l’assenza di una vera backing band e, seppur gustosa, l’esecuzione perde in tiro e verve.

L’eltonjohniana e triste ‘It’s Easier’ è seguita da ‘TC And Honeybear’, la cui intro arpeggiata viene necessariamente a mancare, ma risulta ad ogni modo un brano stupendo, anche nella sua versione pianistica. Il secondo inedito della serata è ‘Vietnam’, brano meno interessante di ‘You Don’t Have To’, ma nella media qualitativa delle sue composizioni. In ‘Jesus Hates Faggots’ non mi piace più di tanto l’arrangiamento del ritornello, col synth forse fin troppo zuccheroso e con una maniera un po’ artificiosa di portare il ritmo. Ma può ben essere una scelta in linea con l’ironia del brano. Tra i momenti migliori, la coda di piano di ‘Caramel’, con il suo giro di piano sospeso e sibillino, e alcuni assoli di synth, per i quali Grant e Pemberton si scambiano di frequente i ruoli. Trovano posto anche due brani risalenti all’epoca The Czars, tra cui ‘L.O.S.’ e la superba ‘Drug’. Alla fine dell’esibizione, John Grant invita i presenti a unirsi a lui nell’assistere a una performance di visual audio mapping a opera dei Pistol shrimp davanti a una delle facciate del castello. L’invito è allettante, ma la condizione di appiedato non mi permette, purtroppo, di rimanere oltre. Mentre faccio per uscire, assisto a un vero e proprio assedio: il biondo accanto al mixer viene circondato da spettatori desiderosi di acquistare il disco. Mai vista una tale dimostrazione di apprezzamento e gradimento, almeno in tempi recenti. Se li merita tutti, tanto per la sua bravura come artista quanto per il suo atteggiamento gentile e disponibile, merce rara al giorno d’oggi, soprattutto in questi ambienti. A presto, John!

Setlist
1.    You Don’t Have To
2.    Sigourney Weaver
3.    Where Dreams Go To Die
4.    Marz
5.    Outer Space
6.    Chicken Bones
7.    Jesus Hates Faggots
8.    It’s Easier
9.    Tc And Honeybear
10.    Vietnam
11.    L.O.S.
12.    Drug
13.    Queen Of Denmark
14.    Fireflies
15.    Caramel
16.    Little Pink House

Eugenio Zazzara

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