John Grant @ Auditorium [Roma, 12/Aprile/2013]

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Tornare a un concerto di John Grant significa rimembrare un passato quasi mitico andato. Troppi i ricordi, le intersecazioni, i sottotesti legati a questo evento per andarci a cuor leggero e in maniera totalmente obiettiva. Per il sottoscritto, Grant è un luogo della mente prima ancora che un’artista, e ‘Queen Of Denmark’ è una specie di disco aperto nei cui solchi è scritto ben più di quello che qualsiasi altro ascoltatore potrebbe ascoltarvi. Ma non per questo si tratta di una recensione dettata da emozioni puramente soggettive. In questo, l’uscita del secondo album ‘Pale Green Ghosts’, privo com’è di qualsiasi affastellatura e implicazione diversa dall’aspetto musicale, è uno spunto a superare certe dinamiche e ad almeno socchiudere una porta sul passato. Dopo il giustamente acclamatissimo esordio, l’artista americano torna con un secondo disco che ha fatto storcere il naso a molti. In ‘Pale Green Ghosts’ la componente elettronica vintage, appena suggerita in buona parte di ‘Queen Of Denmark’, diventa per larghi tratti protagonista. Se prima l’intervento elettronico era concesso solo per alcuni fugaci assoli, ora è parte integrante dell’ossatura dei brani. Una sovrastruttura a volte pomposa, ingombrante, che probabilmente priva i brani di quell’immediatezza e urgenza che avrebbero potuto esibire con un arrangiamento più discreto. D’altronde, si tratta comunque di un tentativo di passo avanti, di superamento di quegli stilemi ormai inossidabilmente stampati nella memoria portati dal primo album anche se, a ben ascoltare, il secondo disco non è tanto diverso dal primo, come vedremo.

Alle 21.15 cominciano a sentirsi i primi vagiti sintetici all’interno della Sala Petrassi dell’Auditorium. Il primo a salire sul palco è l’effettista Birgir Þórarinsson, componente della band quasi esclusivamente islandese che Grant porterà in giro nel corso di questo tour. Mentre il brano prende poco a poco sempre più forma, i vari membri della band raggiungono il palco, tra cui il fedelissimo pianista Chris Pemberton, supporto fondamentale già durante il tour di ‘Queen Of Denmark’. Finalmente arriva anche il quarantacinquenne cantautore del Colorado, che inizia a cantare sulle note di ‘Ernest Borgnine’. Il canto in questo pezzo ricorda a tratti qualcosa dell’ultimo Sufjan Stevens, quello più elettronico. Al brano mancano gli interventi di sax che gli conferiscono quel tocco di originalità in più, ma l’impressione generale dal primo brano è buona, fatta forse eccezione la voce che, per questioni tecniche, non riesce a emergere molto dal magma di strumenti che l’avvolge. Difetti che vengono poco a poco corretti (dopo che Grant è costretto a fare il mimo al fonico per buona parte del secondo brano) durante l’esecuzione di ‘You Don’t Have To’, già presentata due anni or sono al Castello di Abbiategrasso. Si tratta, in fin dei conti, di uno dei brani più deboli del nuovo disco: da una parte, è pienamente debitore dello stile espresso in ‘Queen Of Denmark’, ma senza possedere la forza di una ‘It’s Easier’; dall’altra, è infarcito di effetti che la appesantiscono inutilmente. Ad ogni modo, la resa è piuttosto buona, con Grant autore degli assoli di synth (a dirla tutta, è a tratti incerto sui compiti non vocali; d’altronde ci aveva avvisato in ’GMF’ “I should have practiced my scales…”). A seguire ‘Vietnam’, anch’essa proposta due anni fa, e la citata ‘GMF’. Pezzo in cui torna il Grant dell’esordio, per un brano totalmente in linea con il mood stilistico di ‘Queen Of Denmark’ e un ritornello finalmente all’altezza di quel periodo. Anche la successiva ‘It Doesn’t Matter To Him’ si colloca nella tradizione di brani come ‘Where Dreams Go To Die’. La backing band regge bene, con Chris Pemberton a fare la parte del leone, mentre Grant sembra in forma e piuttosto rilassato, mentre ammicca e scherza col pubblico, pur sempre nella sua maniera controllata e posata. La titletrack non può mancare ma, da uno dei brani migliori su disco, dal vivo si sgonfia e perde parte del suo fascino, eccezion fatta per uno degli assoli finali. Peccato. Arrivano poi i due brani ballabili del disco, in ordine ‘Black Belt’ e ‘Sensitive New Age Guy’, quest’ultima, a dispetto del tono danzereccio e coinvolgente, dedicata a un amico suicida. Un po’ troppo lunghe, ma buone per spezzare il tono più malinconico ed esistenzialista dei restanti brani. John Grant esegue praticamente per intero il nuovo disco, senza alcuna eccezione, lasciando a ‘Glacier’ il compito di chiudere in bellezza. L’ultimo pezzo è una versione triste e remissiva (a eccezione del bel finale) di ‘Queen Of Denmark’, a pensarci bene, dove la rabbia e il rancore del pezzo del 2010 lasciano spazio ad amare considerazioni sul proprio status. In generale, ‘Pale Green Ghosts’ deve molto a ‘Queen Of Denmark’ a livello compositivo: se l’esordio era il fratello maggiore, classico e austero, il secondo disco è il fratello minore che cerca di uscire dal seminato e differenziarsi dal primogenito a tutti i costi, peccando però di ambizione. Ciò non toglie che ‘Pale Green Ghosts’ non è, tutto sommato, il disco orrendo che alcuni hanno dipinto, bensì un passaggio interlocutorio che soffre il paragone con quel monolite che è ‘Queen Of Denmark’.

Dal pubblico arriva una richiesta: “Tc and Honeybear!”. Grant rivela allora che si tratta di uno dei brani che più preferisce suonare dal primo disco, cosicché il desiderio viene prontamente esaudito. Devo dire che ho notato un certo nervosismo tra i membri della band al momento di dover eseguire questo brano, quasi non se lo fossero preparati. Impressione purtroppo confermata di lì a poco. Fino a prima dell’ultima strofa, tutto bene, con il bucolico arpeggio di chitarra, l’accompagnamento di piano, la voce profonda di John in uno dei pezzi in cui riesce meglio a mettere in luce le sue capacità. Lo stesso Grant incappa però in un clamoroso errore nel passaggio obbligato di piano che anticipa l’ultima parte della canzone, poco prima dell’ultima strofa. Un errore di un semitono, di quelli che anche chi non abbia mai ascoltato musica nella sua vita riconosce… l’espressione preoccupata di Pemberton è il ritratto delle emozioni percepibili nella sala. Nonostante tutto, il pezzo riesce ad arrivare comunque in porto e siamo in ogni caso grati di averlo potuto ascoltare. Soprattutto se la sorpresa successiva è l’immensa ‘Queen Of Denmark’, di recente coverizzata da Sinead O’ Connor, anch’essa presente nel nuovo disco. Il pezzo forse più toccante ed emozionante di Grant viene purtroppo sporcato da dei fastidiosi problemi al microfono, attraverso il quale la voce sembra uscire quasi attutita, camuffata, soprattutto (Murphy insegna) nei momenti in cui John Grant alza di più la voce. Il brano rimane memorabile, ma lascia l’amaro in bocca per questo inconveniente. Grant non è esattamente la persona più fortunata sulla Terra. L’unico encore è infine affidato a ‘Marz’, degna conclusione di un concerto, in fin dei conti, piacevole. Tra brani migliorati dall’esecuzione dal vivo e altri invece penalizzati, ‘Pale Green Ghosts’ conferma tutto sommato i suoi pregi e i suoi difetti. Grant ne esce, invece, come sempre, integro e nobile. Nel suo volto sembra disegnarsi il dubbio, l’incertezza umana verso alcune delle domande fondamentali. E, soprattutto, si dipinge l’empatia, la solidarietà con un uomo dalla vita tutt’altro che facile, ma che ha saputo trovare una sincera via d’espressione per comunicare il proprio, fragile, ego. Struggente.

Eugenio Zazzara