John Garcia @ Init [Roma, 21/Novembre/2014]

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“I’m fortunate to have found two things I love to do: one working with animals and two playing in a band. I miss getting up at 3 in the morning and doing an emergency C section with Dr. Rambazo on a 190 pound Irish wolfdog and having all 12 puppies survive. […]. Those are surgeries and procedures I miss… but I love music”. Ecco, sono questi squarci di vita “normale”, queste improvvise aperture su mestieri e occupazioni lontani dall’immaginario R ‘n R che mi fanno più sorridere e forse anche apprezzare umanamente alcuni personaggi. Ho sempre trovato John Garcia il più simpatico nella corazzata Kyuss, e questa serata conferma quella sensazione. Nell’arcipelago già lontano dai riflettori rappresentato dallo stoner, Garcia ha intrapreso, un po’ per scelta un po’ per fatalità, un cammino piuttosto defilato, privo di grandi guizzi, ma comunque coerente e sempre disposto a prestare la propria possente voce a questo o quell’altro artista. Quasi tutti i nomi di punta del panorama hanno avuto l’onore dei suoi servigi: dagli Orange Goblin agli Slo Burn, dai Karma To Burn a Danko Jones; sempre riconoscibile, sempre impeccabile. Stasera ha rischiato di farla fuori dal vaso, vista l’attesa esasperante cui ha costretto i pochi ma agguerriti fan accorsi a vederlo, ma la ricompensa è stata grande. Mi perdo con rammarico i Komatsu ma giungo in tempo per l’esibizione degli Steak. Impossibile non notare il totem Reece alla chitarra, vichingone biondo alto almeno 2 metri alla sei corde, mentre Kippa, il cantante, si atteggia, sia vocalmente ma soprattutto nelle movenze, a novello Chris Cornell. Quartetto londinese massiccio e deciso, dal sound molto debitore dei Kyuss classici periodo ‘Welcome To Sky Valley’, ma molto convincente. D’altronde, in questo genere nessuno, credo, si illude di poter far scoppiare una rivoluzione, e quindi l’intenzione e in particolare la graniticità del muro sonoro bastano e avanzano a far strappare applausi, grida e incitamento. Bene, bravi, bis!

Come sempre accade, ci si avvicina alla mezzanotte e l’atmosfera si fa irrespirabile, e proporzionalmente monta una certa insofferenza. Un gruppetto di ragazzi al centro della sala grida spazientito e, vistosamente brillo, invoca il protagonista della serata. Le intenzioni sembrano bellicose più del dovuto ma, alla fine, si riveleranno un fuoco di paglia e, anzi, meglio, una salva di fuochi artificiali che daranno quel quid in più all’esibizione. Finalmente, il veterinario di San Manuel, Arizona, si concede ai favori del pubblico. John Garcia potrebbe incarnare un personaggio di un film di Robert Rodriguez, magari accanto a un espressivo Danny Trejo. Al di là dei tratti somatici che, anagrafe a parte, rivelano palesemente i suoi progenitori, lo StoneFather americano si diletta in movenze e strusciamenti con l’asta del microfono degne del Titty Twister, in uno spettacolo nello spettacolo secondo solo alla potenza ancora intatta della sua voce. Visibilmente in carne ma senza apparire eccessivamente appesantito, il cantante si dimostra ancora a proprio agio su un palco e supplisce alla poca mobilità (il nostro non è mai stato un animale da palco, in questo senso) con una voce graffiante e ancora pari pari a quella che ascoltavamo vent’anni e più or sono. L’emozione è grande. E lo è ancora di più quando la solida band di supporto attacca con ‘Caterpillar March’. Sono anni che aspetto di ascoltare questi brani dal vivo e ovviamente l’occasione mi coglie impreparato. Sembra sempre che non ti godi quello che ti sta investendo fino in fondo, che la cosa ti sfugga dalle mani senza che tu possa assaporarla del tutto. OK, sto divagando, ma tutto questo è fantastico, lasciatemelo dire. La band è così coesa che quasi dimentichi chi fossero i colossi che suonavano quegli strumenti un tempo. Josh Homme – che intentò e vinse una causa contro Garcia e Brant Bjork per impedire loro di utilizzare il nome Kyuss Lives! – non è certo più lì, ma il ragazzo ben più introverso e riservato che oggi imbraccia la chitarra non manca certo di concretezza. E il bassista riscopre spesso e volentieri un ruolo di protagonista mai riconosciutogli (o magari mai davvero voluto?) con assoli volanti e liberatori. Inutile nasconderlo, siamo tutti lì per ascoltare certi, determinati pezzi, ma va riconosciuto che i brani del Garcia solista (tutti dal disco omonimo di quest’anno, eccetto un’epica ‘July’ dal catalogo Slo Burn) hanno il loro motivo di esistere, ‘My Mind’ su tutti. Però, se a succedere a ‘Rolling Stoned’ arriva una sensualissima e brutale ‘One Inch Man’, è un Golia che schiaccia inesorabilmente Davide, stringe il gargarozzo a tutti e costringe a ballare e a cantare a squarciagola. Impossibile non citare un manipolo di indefessi cheerleader, appostati addosso al palco e proprio sotto Garcia, che animeranno immancabilmente la serata fino quasi a salire sul palco in diverse occasioni. Memorabile la coda corale al termine della sbornia tribale di ‘Gloria Lewis’, che seguita ben oltre la conclusione del pezzo, in cui un giovane barbuto quale Riccardo Muti dirige la folla cantante al suono di “Uooh oh oh oh oh oh oooooh”, con approvazione e una punta di incredulità da parte di John. Al momento delle encore, è chiaro come il sole quello che tutti stanno aspettando. Le voci girano, YouTube è una dipendenza per molti e le scalette sono in ogni dove sulla rete. In più, dopo l’ennesima richiesta gridata ai quattro venti da qualcuno, lo stesso John Garcia aveva chiosato “We play ‘Green Machine’… if you provide us with some weed, or hashish!”. Detto fatto, lo spinello arriva puntuale, così come arriva schiacciante il “Tu tu ta” terzinato della chitarra fangosa che introduce diabolicamente la macchina verde, forse il pezzo più rappresentativo dei padri dello stoner: un brano epocale, tanto semplice eppure devastante. Il delirio si fa ingovernabile: il chitarrista scende a suonare in mezzo al pubblico mentre un drappello ben nutrito di fan si arrampica fino quasi a toccare il cantante che, senza perdere l’aplomb ma prudentemente, retrocede senza farsene troppo accorgere. Più che goderci il pezzo, assistiamo divertiti all’assedio di svariati ragazzi urlanti e festanti al fortino di Palm Desert, che ha retto finora, sta per capitolare, ma porta abbondantemente a casa il risultato. Tanto altro ci sarebbe da dire (vogliamo parlare di quella pallottola micidiale che è stata ‘El Rodeo’?), ma sono già stato troppo prolisso. Qualcuno si è perso un grande spettacolo che questa recensione può solo stentare a evocare. Un’ora e mezza scarsa, ma tutto esemplare: band affiatata ed empatica come poche, pubblico scalmanato ma corretto, un John Garcia vocalmente in formissima. Long live the stoner.

Eugenio Zazzara

Foto dell’autore

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