John Carpenter @ Auditorium [Roma, 28/Agosto/2016]

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Il film del maestro americano che amo di più (certamente assieme al seminale “Escape from New York”) è senza dubbio “Assault on Precinct 13” (Distretto 13 – Le Brigate della Morte), moderna rivisitazione del magnifico “Un Dollaro d’Onore” (Carpenter per firmare il montaggio usa lo pseudonimo John T. Chance che era il nome del personaggio interpretato da John Wayne), must assoluto che a quarant’anni di distanza mantiene intatto tutto il suo sinistro fascino da fantathriller metropolitano iperviolento. E poi il tema musicale così tanto zeppeliniano quanto ispirato a quello del capolavoro di Don Siegel “Dirty Harry”. Basterebbe (forse) questo per convincermi a salire in macchina direzione auditorio. Il John Carpenter compositore traslato in versione live è uno degli eventi dell’anno. Il compositore celebre che diventa star su un palco il nuovo trend degli ultimi anni. E noi siamo qui per testimoniare l’assoluta riuscita di un’operazione così mediaticamente “rumorosa” da esporsi inevitabilmente anche a qualche critica di circostanza, soprattutto se pensiamo che nello spazio compresso di un solo anno è accaduto questo: ‘Lost Themes’ > ‘Lost Themes Remixed’ > ‘Lost Themes II’ > ‘Classic Themes Redux’. Ma le parole volano via nel vento e ciò che rimane è un’esibizioneviaggio attraverso una impeccabile vita artistica da circolettare di rosso vivo. Personale curiosità la ripongo poi nella band che accompagna il 68enne di New York. Del figlio John Cody (classe ’84) sappiamo ormai già tutto ma non è l’unico pargolo d’arte coinvolto, alla chitarra troviamo infatti Daniel Davies, uno dei tanti figli di Dave Davies dei leggendari Kinks (la turbolenta e tormentata vita sentimentale del quale andrebbe studiata in un ateneo) e già leader dei robusti bluesy rocker californiani Year Long Disaster (in “pausa” da quasi sei anni). Dettagli che nascondono la smaniosa voglia di rendere omaggio ad un autentico pioniere, artigiano, cineasta come pochi ne sono rimasti in circolazione.

La sala Santa Cecilia offre il solito suggestivo colpo d’occhio e nei minuti che precedono l’entrata dei beniamini mi trovo quasi coinvolto nelle foto ricordo-selfie da condivisione-quasi fosse un matrimonio che vedono soggetto principale Claudio Simonetti, seduto proprio accanto al mio posto numero 7. Colore (soprattutto nero) e folklore (soprattutto vario) via via vanno a comporre il mosaico dell’audience capitolina. Quando John Carpenter entra in scena il boato è assordante, alla mia sinistra un insospettabile ragazzo si alza in piedi fomentato d’amore, gridando pugni al cielo con inflessione lievemente dialettale, un chiarissimo “daje, a grandeeee!”. E l’urlo di battaglia che dà inizio all’esibizione. Scaletta già nota ad alternarsi tra temi celebri e temi perduti, quasi tutti introdotti (leggendo) dal protagonista, posizionato centralmente davanti alla sua preziosa tastiera M-Audio. Somigliante all’ultimo Tomas Milian, il regista mastica gomma americana, si siede sullo sgabello una sola volta (su ‘Night’), guarda spesso verso il figlio a cercare l’intesa, saluta i convenuti, presenta la band, dirige i 17 brani previsti con semplicità e simpatia, ricorda “il più grande compositore della storia del cinema”, Ennio Morricone, omaggiandolo esattamente a metà setlist con ‘The Thing: Main Theme Desolation’. Mentre sul muro scorrono le immagini dei film come tanti piccoli trailer-ricordo di un’epopea fantastica, è però la musica a farla da padrona assoluta, il quintetto infatti è quanto di più compatto si possa immaginare, suono pieno, duro, impeccabile, dove si erge su tutti il magnifico solista Daniel Davies (alto, bello, magro, figlio di, che Carpenter ha dichiarato essere “my godson, the kid that I raised”, vista l’amicizia tra lui e il leader dei Kinks quando erano vicini di “casa” a Hollywood) che firma con la sua chitarra quasi tutti i momenti migliori. Simpatico il siparietto su “Essi Vivono” presentata con quegli “occhiali da sole”, mentre John Nada a Los Angeles scopre che il mondo che lo circonda non è quello che sembra, con conseguente giubilo del pubblico che si interrompe dopo l’uscita della band allo scoccare della prima ora. Ma la falsa pausa dura un attimo e in regalo abbiamo gli altri quattro brani previsti con la spettacolare conclusione dedicata a ‘Christine’. Mentre mi dileguo ciabattando sulle scale che portano all’uscita, come un novello Cenerentolo, il pensiero ricorrente è uno solo e riguarda l’aggettivo da destinare a John Carpenter: FENOMENO.

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore

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