Joanna Newsom @ Circolo degli Artisti [Roma, 23/Settembre/2007]

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Possiamo tranquillamente affermare che si sia trattato di uno dei concerti più attesi dell’anno ancora in corso e, mi auguro, ancora promettente. Posso alla stessa maniera ribadire il mio contenutissimo apprezzamento nei confronti dell’artista, pur riconoscendone le indiscusse qualità, l’indiscusso fascino ancestrale, l’indiscussa capacità gestionale del suo strumento. Detto questo, mi reco all’ormai iperfrequentato Circolo degli Artisti non rispettando l’orario pubblicato ma volutamente in ritardo di un’ora. Questo perché so – con certezza consolidata – che mai potrebbero iniziare per tempo. Ok, so già che sarà dura la serata, lo vedo, lo prevedo, lo sento, lo fiuto da giorni e non mi sbaglierò. Una fiumana di gente difforme ma unita da una patina di umidità riunita per il tanto atteso evento, per la prima data romana di Joanna Newsom, colei che ha fatto impazzire la critica, che ha esageratamente riscosso e accumulato recensioni elogiative. Il mondo della critica musicale e l’illuminazione siddhartica del momento (eh sì, del momento). Io bastarda contraria no, me ne curai con la distanza razionale di chi apprezza senza doppi carpiati. Arrivo giusto in tempo per perdermi una coppia di fratellini canterini: The Moore Brothers… e meno male da una parte! Perché di avere sonno in piedi non è che mi andasse poi molto. Poco dopo fa il suo ingresso Joanna, vestita di rosso corallo e con due lunghe, infinite code stile Casa Nella Prateria. Applauditissima, urla da stadio, macchinette digitali e telecamere pronte a non lasciarsi perdere un sorriso, una movenza. Con lei sul palco, una violinista, un percussionista un bouzoukista. Che folk è senza bouzouki?! Nonostante la mia buona statura sarò costretta ad oscillare come un pendolo per ricavarmi fessure attraverso cui vedere la Newsom – collocata centralmente – e la sua bellissima arpa. Gli altri, quelli bassi, si son dovuti accontentare delle inutilissime proiezioni sulle pareti di tufo del locale. Ma dai, la povera sembrava sfigurata! Il caldo è omicida, la fitta trama di teste e corpi altrettanto. Joanna si accomoda, dice che è molto contenta di suonare a Roma e rompe l’attesa con “Bridges & Balloons” dall’album di esordio “The Milk-Eyed Mender”. Inizia bene e prosegue poi con “Monkey & Bear” e poi ancora “The Book Of Ride-On” e gli altri brani che danno vita a “YS”. Rimarcabilmente d’effetto la trasposizione live di “Sawdust & Diamonds”, ma la voce o piace o non piace. Quei cinguettii, quelle frizioni vocali da sgommata su linoleum sono davvero troppo, perchè lo fa? Perché non rimane sulla sofficità dei toni bassi? Ci sono stati attimi in cui sorridevo all’idea di piazzarle una bella pipa in bocca e vederla bene nei panni di Popeye. Però è brava, il livello della prestazione live rimane alto. Ma il suo genere, il suo mondo, le sue caratteristiche dopo un po’ stendono. Immagino, suppongo, che gli amanti esaltati di Joanna avranno trovato la performance folgorante. Non è il mio caso e in parte, mi dispiace dirlo, è stato dovuto anche al fatto di una situazione da spettatrice disagevole che ha sottratto buona parte dell’appetibilità di cui poteva godere inizialmente il concerto. Mancava l’intimità che un live del “genere” richiedeva, mancava la seduta, mancava l’ovattattura da sala che un’esibizione del genere richiedeva. Mancava l’aria soprattutto.

Marianna Notarangelo

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