Joanna Newsom @ Auditorium [Roma, 28/Settembre/2010]

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Entriamo nella sala Sinopoli nello stesso momento in cui lo scozzese Alasdair Roberts abbraccia la sua chitarra acustica sul palco 10 minuti prima dell’orario previsto del concerto (sembra che ormai sia una costante all’auditorium), mentre gli avventori, a luci accese, cercano il proprio posto affannosamente e con i soliti inspiegabili problemi. Gran parte del set di apertura verrà eseguito in questa situazione, che denota comunque una mancanza di rispetto verso il musicista (e comunque anche verso il pubblico) che, solo negli ultimi due brani, riuscirà a suonare a luci spente e con la gente finalmente seduta. Lui però non si scompone e rimane professionale, anche se va detto che la sua proposta live, nonostante qualche bel passaggio di chitarra, sia tutt’altro che entusiasmante, essendo troppo legata al folk tradizionale inglese e con gli stessi cliché di un qualsiasi quadro di Constable.

Sto quasi per addormentarmi sulla poltrona quando gli applausi che accompagnano l’entrata in scena di Joanna Newsom mi scuotono dal torpore. Vestita di nero e accompagnata inizialmente da due musicisti (Neal Morgan a piedi nudi alla batteria e Ryan Francesconi, autore anche degli arrangiamenti del triplo album ‘Have One on Me’ e di quelli del tour, alla chitarra, banjo, bouzouki e similia), ringrazia, si siede alla sua arpa e la pizzica con maestria intonando la splendida ‘The Book of Right-on’ dal primo e spesso trascurato (anche da me fino a poco tempo fa) album ‘The Milk Eyed Mender’, prima di essere raggiunta sul palco dal resto della band (due ragazze al violino e un simpatico damerino biondo al trombone). Il concerto si dipana poi con un’ottima selezione di brani dagli ultimi due album (‘Cosmia’ su tutte) in cui emergono non solo la raffinatezza e la cura certosina degli arrangiamenti ma anche e soprattutto il talento sconfinato (come autrice e come musicista) di Joanna. E piano piano il mio moderato apprezzamento nei suoi confronti inizia ad aumentare. Proprio come succede alla sua musica, che, col tempo, si è fatta sempre più fluida, crescendo un po’ alla volta autoalimentandosi e distribuendosi fino a riempire gli spazi vuoti degli ambienti, della mente e dell’anima (qualunque cosa essa sia). Musica ad ampio spettro, così come lo sono gli strumenti sui quali si alterna (arpa e piano), fatta di scelte mai banali e che, nonostante la sensazione di gradevolezza, concede poco alla pura e semplice orecchiabilità. Il sottoscritto comunque, per gusti puramente personali, apprezza ancora di più la spontaneità acerba e la naivete degli esordi che ogni tanto tornano a far capolino durante la serata, come negli episodi del valzer sghembo di ‘Inflammatory Writ’ e la ri-arrangiata e conclusiva ‘Peach Plum Pear’. Punta di diamante del set (e anche del suo repertorio da studio) è però ‘Good Intentions Paving Company’, geniale a cominciare dal titolo fino al finale in stile big band, durante la quale le due anime della Newsom (quella infantile e quella matura) riescono a fondersi alla perfezione dando vita a un pezzo corale di rara perizia e dall’andamento trascinante. Una nota a parte merita la voce di Joanna: dal vivo dimostra più che mai di essere in grado di governarla completamente e di ottenere da essa qualunque cosa voglia fino a far scomparire tutte le similitudini che negli anni sono state fatte su di lei (nell’ordine Bjork, Kate Bush, Tori Amos) e rivelandosi quindi nella sua unicità. Piuttosto, per versatilità e padronanza, andrebbe accostata a un altro mostro sacro come Tim Buckley. Per l’acclamato bis esce da sola e esegue all’arpa una ‘Jackrabbits’ che non aggiunge molto al concerto ma che comunque riesce a tenermi sveglio e a far fallire del tutto (fortunatamente) i miei propositi iniziali di farmi un bel sonnellino. Riabilitata.

Daniele Gherardi