Jimi Tenor @ Monk [Roma, 9/Febbraio/2019]

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Siamo nella prima metà degli anni novanta, Lassi Lehto è un giovane e promettente musicista della scena finlandese, quando si congeda dagli Shamans e adotta il nome d’arte Jimi Tenor in onore del suo amato sassofono tenore. La sua attitudine vintage, l’aspetto kitsch, l’eclettismo e la raffinatezza della sua arte, in perfetto equilibrio tra sperimentazione ed easy listening, lo pongono tra i protagonisti della cosiddetta “generazione cocktail” dell’epoca. Incide album per Warp, Matador e Kitty Yo, come “Intervision” (1997), “Organism” (1999) e “Out Of Nowhere” (2000), che lo impongono all’attenzione della stampa specializzata e del pubblico. La sua cifra stilistica consiste in una saggia e ampia commistione tra musica nera, elettronica e rock alternativo, caratterizzata da un falsetto spesso effettato e dallo humor nero dei testi. Artista a tutto tondo, non è solo compositore e polistrumentista, ma si cimenta anche come stilista, pittore, fotografo e regista. Il suo amore per il cinema lo ha portato a realizzare anche alcune colonne sonore. In questi venticinque anni di carriera musicale ha prodotto diversi album sia come solista, che come membro di Kosmos, Impostor Orchestra, City Of Women e Kabu Kabu, mentre la fascinazione per l’afrobeat lo ha visto collaborare con un’icona come Tony Allen. L’ultima fatica discografica si chiama “Order Of Nothingness” è del 2018 e ci da la possibilità d’incontrarlo questa sera a Roma, accompagnato da: Ekow Alabi Savage alla batteria, Richard Koch alla tromba, Johannes Schieiermacher al flauto e sassofono baritono, Niko Meinhardt alle tastiere e Max Weissenfeldt alle percussioni (quest’ultimo boss della Philophon, attuale label di Tenor).

Il gruppo sale sul palco alle 22:30. “Quantum Connection” ci porta subito nel mood afrobeat che da qualche tempo caratterizza la produzione del musicista. Tenor suona il sax tenore, canta e ha un synth Korg, che fa da collante al resto. Da segnalare in particolare l’efficacia e l’interplay dei fiati, oltre ai cori in cui tutti i musicisti partecipano senza sbavature. “Chupa Chups” è afro funk essenziale. Percussionista è batterista si cambiano di posto, Tenor fa un bel solo di flauto traverso, mentre il tastierista da corpo al groove usando il basso synth. Da segnalare nel finale il timido tentativo di coinvolgere il pubblico nel coro del refrain. A questo punto Savage, tornato al proprio posto, introduce “Naomi Min Sumo Bo” prima a voce e poi con un bel fill di batteria caldo e avvolgente, su cui si struttura il brano che canterà lui stesso. Bello il tema dei fiati e gli incastri ritmici tra la batteria e le percussioni, stavolta il solo principale è del baritono. Il pubblico è coinvolto e gaudente, l’unico peccato è che non sia particolarmente numeroso. “My Mind Will Travel” è uno dei migliori episodi del nuovo disco, ha una intro morbida e sospesa, per poi deflagrare in una sorta di afrosamba sostenuta, cantata in coro dai sei musicisti su cui si stacca la voce di Tenor nelle strofe. A metà brano è il solo di tromba a conquistare la scena, a cui fa seguito Tenor al Korg e al vocoder, prima di un finale arioso e coinvolgente, in cui trova spazio un solo di batteria e un coro collettivo a cappella come chiosa. “Mysteria” ha qualcosa di disco house ma di matrice afro, con un solo centrale in cui Tenor e Schieiermacher sono entrambi al flauto, creando un bel gioco di fughe e incastri. “Order Of Nothingness”, oltre a dare titolo all’album, ci mantiene in territori puramente afro, arricchendosi di controtempi e poliritmie, oltre che di un notevole solo di tromba e un finale quasi psych. Jimi durante l’esecuzione in un impeto performativo suona il Korg con i denti. Savage è il vero alter ego del frontman durante la performance. Presenta la band e si scambia di nuovo lo strumento con Weissenfeldt, incita la folla e da il via a “Max Out”. Questa volta si tratta di un funk corale e sanguigno, con la tastiera di Meinhardt a segnare la strada, un solo di Koch con la sordina e stacchi e piglio da big band. Nel finale il batterista e il percussionista vanno in solo; tecnici e scenografici coinvolgono il pubblico che li incita con il clapping, prima che la band riprenda all’unisono e chiuda il brano alla grande. “Tropical Eel” è un funk cosmico, introdotto dal basso synth e sorretto da un bel tema dei fiati. I sassofoni si alternano negli assoli, prima Tenor e poi Schieiermacher, più quelli delle tastiere e del korg, che si fondono impreziosendo il tutto. Per “Take Me baby” Savage ritorna alla batteria e il brano ha qualcosa di Fela Kuti, ma con un personale fraseggio di korg che ne spiazza le coordinate, almeno quanto lo stacco sospeso e spacey che ne lancia il finale. “Selfish Gene” è sempre afro ma lento e suadente, con i due flauti all’unisono nell’inciso, prima che Tenor si prodighi con il proprio in un pregevole solo e che il suo canto si mostri molto più confidenziale. Quindi lo scandinavo presenta l’ultimo brano, saluta e ringrazia. “Behind The Stars” si mostra morbida e dotata di una classe psych jazz cristallina, con gli assoli dei fiati, i synth leggeri e la voce di Savage (ancora alle percussioni, ai sono scambiati di nuovo), che strizza l’occhio alla dance hall style, mentre gli altri cantano in coro il ritornello. Applausi sinceri. Escono. Rientra solo Tenor e inizia un bis voce e synth. Pian piano viene raggiunto da tutto il resto della band, per eseguire una reprise di “My Mind Will Travel”, che ora diventa un ibrido tra house leggera e acid jazz. Tenor si prodiga di nuovo in un assolo prima di flauto e poi di synth. Weissenfeldt è alla batteria, mentre Savage prende la scena sul finale improvvisando con piglio ragga e coinvolgendo il pubblico con la sua voce roca e profonda, facendolo cantare con un partecipato call and response. Si chiude così dopo 100 minuti esatti di concerto e la sensazione che senza una contingenza di eventi diversi nella stessa serata, probabilmente sarebbe durato ancora di più.

Cristiano Cervoni

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