Jethro Tull @ Teatro Romano [Ostia Antica, 14/Luglio/2010]

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L’espressione “mostri sacri” non mi è mai piaciuta, primo perché al sacro preferisco il profano, secondo perché i mostri mi fanno paura. Tradotto, anche chi ha fatto la storia dovrebbe gentilmente capire quando è il momento per smettere di seminare nostalgia. Per i Jethro Tull però posso fare un’eccezione. Quindi, anche se li avevo già visti anni fa in un asettico palazzetto per concerti, decido di dare loro una seconda possibilità, sarà anche un po’ per la mia passione verso la cultura classica che ero sicuro avrei in parte respirato nella splendida cornice del teatro romano di Ostia Antica. Fin da piccolo Euripide, Sofocle, Plauto, Socrate personaggio di Aristofane e il loro contemporaneo Ian Anderson personaggio dei Jethro Tull mi hanno sempre affascinato tanto. Poi nel II secolo d.C. l’imperatore Adriano fa erigere la muraglia che segna il confine dell’impero romano con l’attuale Scozia e il teatro di Ostia viene portato a 4.000 spettatori. Tutti ottimi motivi per andare a vedere un concerto rock, non potevo mancare. Quindi decido di estinguere il conto in banca e mi avvio di buon’ora verso il mare.

Fatta la fila e sopravvissuto al più alto tasso di umidità mai registrato, percorro (facciamo che l’ho proprio percorso) il lastricato della antica Via Ostiensis e prendo i migliori posti sulle gradinate, rese comode dai romani grazie all’invenzione dei cuscini. La cavea e l’orchestra sono stracolme, la scena è occupata da una strumentazione minimale, le colonne dietro la scena saranno sicuramente illuminate durante il concerto, l’imbrunire crea l’atmosfera. Già mi piace. Il timore più grande riguarda la scaletta, che la volta precedente era stata un po’ deludente. E invece iniziamo bene con pezzi più vecchi di me. Sono davvero pochi i gruppi in grado di rinnovarsi e adeguarsi ai tempi per decenni e loro non sono fra questi. Ma mi piace così, per la sperimentazione largo ai giovani e ai King Crimson. Ian Anderson e la sua bandana anti-stempiatura si mantengono in forma, Martin Barre è nell’ora d’aria dell’ospizio ma ispira simpatia, gli altri tre si divertono. Non conosco a menadito tutta la discografia, ma riconosco già all’inizio anche pezzi da ‘This Was’ (1968) e ‘Stand Up’ (1969), come ‘Beggar’s Farm’ e ‘A New Day Yesterday’. Così mi piacete. Purtroppo nella prima parte il suono non è ottimale, ma non dispiace. Sul palco però c’è agitazione dovuta a problemi tecnici che sembrano non risolversi ancora dopo un po’ di pezzi. Poi le colonne diventano blu e Ian prende la piccola acustica, smadonna mentre la accorda per via dell’umidità, ma alla fine esce un ottimo suono. E la suona benissimo. Anche il sound generale nel frattempo si aggiusta. Martin ormai ha anche imparato a suonare. ‘Living in the Past’, una sintesi abbastanza lunga di ‘Thick as a Brick’, uno sprazzo rinascimentale con ‘Pastime With Good Company’ scritta da Enrico VIII in persona ci tuffano inesorabilmente nel passato.

L’impressione iniziale è un po’ di vecchiaia, soprattutto per l’eccessiva lentezza di alcuni pezzi che ricordavo più energici. Ma credo sia una scelta e devo dire che va tutto a favore di una maggiore classe. Del resto si sapeva, gli anni passano. Ma poi il Gerovitull entra in circolo e il concerto diventa più coinvolgente. L’arrangiamento di ‘Bourée’ è particolarmente bello, ‘My God’ è in versione capolavoro, ‘Cross-eyed Mary’ fa bene alla salute. Viene chiamato in causa anche ‘Songs from the wood” con tutto il suo folk. C’è tempo anche per armonica, fisarmonica e una parentesi pseudo-unplugged. Poi, vabbè, leviamoci il dente ‘Aqualung’ con la folla in visibilio che conosce solo quella. Urletti femminili. Alla fine, bis con anche ‘Locomotive breath’ e buonanotte. Graziaddio pochi pezzi “recenti” (non so neanche se ne hanno fatti, ma comunque se c’erano non erano fuori luogo). Purtroppo il primo strumento a soffrire l’avanzare dell’età sono le corde vocali. Dopo una prima parte accettabile, gli artifici posturali escogitati per mascherare le carenze di estensione rischiano di diventare eccessivi. Però alla fine in un modo o nell’altro  riesce a sfangarla e non me la sento di dare pollice verso. Manca qualcosa eh? Va bene, va bene, è che non mi andava di iniziare parlando del flauto. Del resto che c’è da dire? Sappiamo tutti che il vecchio satiro scozzese ha inventato un modo di suonare questo strumento introducendolo nel rock da protagonista e ne è tuttora un maestro. Ci gioca, improvvisa, ci sputa dentro. Basterebbe da solo a farti passare una piacevole serata. A Dunfermline, a pochi chilometri da Edimburgo, saranno fieri di aver dato i natali e questo personaggio, non meno che per aver assistito alla morte dell’eroe nazionale Robert the Bruce. Comunque dai, alla fine né tragedia né commedia, ne è valsa la pena. Fiuuu.

Simone Serra

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