Jesca Hoop @ Blackmarket [Roma, 25/Maggio/2017]

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E poi alzi un attimo lo sguardo e gli scorci di Roma, con la prima luce della sera, tolgono il fiato. Incantano pieni di malinconia, pieni di gioia. Come Jesca Hoop. Nella preziosa bomboniera del Blackmarket e delle curatissime serate griffate Unplugged In Monti. Merce rara. Ci accovacciamo a ridosso del palco e poco dopo le ventuno la 42enne artista californiana appare dentro un’appariscente veste nera quasi fosse uscita da un libro di fine ‘800, con un’acconciatura “raccolta” come in un velato omaggio ad una delle sue ispirazioni cardine, quella perla chiamata Vashti Bunyan, colpevolmente dimenticata nei ’70 e piacevolmente riscoperta nei ’00. Ma a guardarla bene la Hoop è il riflesso delle sue origini. A partire dall’unicità della sua voce modellata in gioventù durante le cerimonie religiose che segue con i genitori mormoni. Là in mezzo alla contea di Sonoma in California. E poi certo determinante è stato il “passaggio” in casa (Tom) Waits/(Kathleen) Brennan, cinque anni come baby sitter del (terzo) figlio Sullivan, esperienza che l’ha aiutata a far conoscere la propria musica, mediata dalla celebre famiglia. Dalla California all’area di Manchester (più precisamente Chorlton-cum-Hardy) chiamata da Guy Garvey degli Elbow. Per spiccare il volo e diventare artista di autentico culto.

Jesca sul palco non è sola, viene infatti accompagnata dall’amica Corona, ideale “spalla” per cesellare e ricamare una dozzina di pezzi, la metà dei quali presi dall’ultimo rivelatore ‘Memories Are Now’. Jesca dialoga con il pubblico. Si diverte e diverte. Siparietti tra un’accordatura e l’altra mentre sorseggia (acqua?) da un misterioso thermos marrone. Scalda e ammalia. Come in un rituale mistico. Scalza a pigiare l’essenziale pedaliera. Ricorda la “sua” Manchester, racconta l’esperienza traumatica con il traffico schizofrenico di Roma, parla della mamma e lo fa con voce sommessa. Due-tre brani vengono presi dalla collaborazione recente com Samuel Beam (il toccante ‘Love Letter For Fire’) altri proprio da ‘Undress’ (si torni a Garvey). La magia finisce. Jesca si congeda dalla sua prima volta in Italia con lo stesso sorriso con la quale si era manifestata un’ora prima. La ritroviamo fuori dal locale a firmare qualche CD, sempre scalza ma con un paio di Converse in terra. Le stringo la mano, il solito sorriso, e quando sta per completare il mio nome sul poster della serata… si ferma e mi dice: “Emanuele… con la e o con la i?”. Fa lo stesso cara Jesca, grazie di tutto.

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore.

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