Jerusalem In My Heart @ Monk [Roma, 24/Ottobre/2017]

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Radwan Ghazi Moumneh è un artista libanese trasferitosi in Canada. Fuggito in gioventù con la famiglia dalla guerra civile che ha insanguinato la terra natia, è rimasto a Montreal per seguire le proprie aspirazioni musicali. Inizialmente si è dedicato al punk-hardcore, di cui ha mantenuto negli anni unicamente lo spirito guida del “do it yourself”, sposando l’elettronica e il recupero consapevole di forme musicali e strumenti tipici mediorientali. Ha aperto un suo studio di registrazione, lo storico Hotel2Tango, lavorando come produttore di riferimento per diversi gruppi della Constellation, tra cui i seminali Godspeed You! Black Emperor. Dal 2005 è l’artefice del progetto Jerusalem In My Heart, nome molto evocativo ispirato al titolo di un album della cantante libanese Fairouz. Inizialmente è coadiuvato dal musicista e produttore francese Jeremie Regner e l’artista visiva cilena Malena Szar Salazam, puntando unicamente sulla dimensione live, che per molto tempo resterà la loro unica forma espressiva compiuta. L’esordio discografico “Mo7it Al-Mo7it” esce infatti solo nel 2013, grazie all’insistenza degli amici della Constellation. Il disco si basa sulla contaminazione tra la musica tradizionale araba e le composizioni minimaliste, infarcendo il tutto di field recordings e sottolineando l’aspetto politico e culturale della Tarab music piuttosto che quello religioso. Sempre per la stessa label nel settembre del 2015 esce il successivo “If He Dies, If If If If If If”, che conferma l’alchimia vincente con maggiore maturità ed equilibrio, tanto da avvicinare il concetto di world music ad una sorta di “cannibalismo culturale”. L’apice forse si ottiene nella collaborazione con i concittadini Suuns, nell’album omonimo dalla lunga gestazione stampato dalla Secretly Canadian nell’aprile del 2015. La cifra stilistica raggiunta coniugando al meglio l’approccio elettronico e psichedelico della band con le influenze arabe e la sensibilità del performer, collocherà quel disco tra i migliori nelle classifiche di fine anno.

Entriamo nel locale e prendiamo posto sui divanetti rossi, opportunamente allestiti a creare l’effetto cinema-teatro. Nell’attesa ripensiamo alla loro splendida esibizione dello scorso anno, sempre al Monk, in occasione del Roma Europa Festival. Una performance spiazzante e disturbata, capace di scavare nelle viscere dell’ascoltatore e di coinvolgerlo in maniera autentica. Non ci attendiamo nulla di diverso anche stasera. Alle 22.40 le luci si spengono. Moumneh lascia partire un drone elettronico dal mixer di sala, attraversa le sedute del pubblico e sale sul palco dalla parte davanti, illuminato solo dai visual e con un calice di vino in mano. Fisico asciutto, barba e occhiali da sole, vestito tutto di nero con giacca, pantaloni e maglietta, fatta eccezione per le scarpe chiare di pezza e una collana marrone a vista. Si siede su uno sgabello al centro del set, al suo fianco il fedele buzuq elettrificato (in realtà due, ma il secondo rimarrà inutilizzato), strumento classico arabo a corde dal suono caldo, diretto discendente del liuto e del bouzouki. Di fronte a sé il microfono, ai sui piedi un rack nutrito di effetti, nell’altro lato un laptop, un campionatore, un mixer ed un bel sintetizzatore modulare realizzato in un case a valigia. Dal vivo è affiancato da quasi tre anni dal filmmaker Charles-Andrè Coderre, che con quattro proiettori analogici e lunghi nastri di pellicola da 16 mm, compone immagini tratte da oltre 150 film diversi, scelte e montate con estrema cura. Le proiezioni, effettuate dal centro della sala verso lo schermo posizionato sul fondo del palco, avvolgono totalmente il musicista e la sua strumentazione. Ne deriva uno spettacolo organico, in cui la musica sperimentale, i video astratti e i testi in arabo, si compiono nella loro interazione, che esula dalla reale comprensione oggettiva dei singoli elementi. Un concept unico, cerebrale e visionario, in cui si mischiano suggestioni popolari ed avanguardia, in una continua alternanza di stratificazioni e sottrazioni della struttura sonora, oltre alla varietà di timbri ed accenti e alle frequenti variazioni d’atmosfera. In questi casi persino la scaletta perde d’importanza, seppur composta da brani editi ed altri più improvvisati. La voce è potente, trasuda grande padronanza e gode di ottima estensione, oltre ad una dose massiccia di riverbero che nel caso specifico non guasta affatto. Ma gli effetti non mancheranno neanche per gli strumenti, siano acustici, elettrici o digitali. Il suono generale gode di un’efficacia notevole e rende tutto molto diretto e persino fruibile, dai frangenti più melodici a quelli ostici e dissonanti. Nella parte conclusiva della performance Moumneh lascia un loop di base, si alza in piedi avvicinandosi al fronte palco e cantando con movenze quasi da crooner, fino ad una delicata sfumata finale. Saluta, raccoglie il lungo e meritato applauso e lascia il palco, raggiungendo direttamente i camerini. 55 minuti d’esibizione, senza alcun bis e senza che nessuno abbia nulla da ridire. Ne usciamo appagati, così come gli stessi Moumneh e Coderre, che raggiungono il bancone e si intrattengono in chiacchiere e sorrisi con chiunque abbia voglia di avvicinarsi.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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